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30/04/2014

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Expo2015

Non avendo validi motivi per partecipare alle manifestazioni degli ormai cadaverici sindacati italiani definitivamente dediti il I maggio – Festa del Lavoro – a raduni canori (manco fosse il momento di cantare… per dimenticare), in assenza di mobilitazioni democratiche di qualunque tipo, non avendo peraltro desiderio alcuno di andare in gita alla “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone ove soltanto il 9 maggio (cioè quando pare a lui…) si consumerà il “martirio” (ovvero mescolarsi, sia pure fugacemente, con gente perbene e non con servi e mantenute) del già “unto del Signore” Berlusconi Silvio, ci è venuta l’idea – peraltro non molto originale – di “visitare” il magico sito dell’Expò universale (sic…) di Milano 2015 annunciato proprio oggi da una megafesta VIP…  L’escursione ci servirà per dimenticare gli applausi dei colleghi ai poliziotti condannati (con mitezza insolita)  per aver picchiato a morte un giovane ubriaco e – per sua sfortuna – “asociale”.

Manca un anno esatto alla fatidica data dell’apertura della manifestazione a cui l’ottusa e provinciale classe dirigente del Paese affida la messianica funzione di mostrare al mondo che ci siamo ancora e che intendiamo contribuire alle sorti globali: “Energia per la vita, nutrire il pianeta” è il titolo ufficiale, la piattaforma intorno alla quale ci è stata concessa la data (sottraendola ad altri Paesi candidati in presenza di un “calmiere” quinquennale).  Nientepopodimeno… Manca appunto un anno esatto e l’unico interessante segnale si è letto giorni fa in un bando ufficiale che sollecitava candidature per una lucrosa partecipazione: “Expo 2015. Soft Drink Official Partner”.   Questo sanno fare e questo hanno capito.    E non è per caso che hanno dato da mangiare – da subito – a chi proprio non ne ha bisogno e con l’Expo” non c’entra niente.    Accompagnando le vivande con la squisita voce di Andrea Bocelli….    Ancora le “brioches” di Maria Antonietta: altro che sfide planetarie, fame nel mondo e “Millennium Goals” delle Nazioni Unite.

Lasciamo dunque per un po’  il desolato sito di un cantiere che – allo stato – legittima soltanto speculazioni (e che altro???) passate, presenti e future e spieghiamo invece di che si tratta.   Le Esposizioni universali sono “invenzioni” ottocentesche figlie dell’illusione illuministica di un progresso rappresentabile e circoscrivibile.   Il prototipo massimo – e finale – è quello incarnato – ed ancor oggi più che visibile – di quella Torre dell’ingegner Gustave Eiffel che – in due anni giusti di lavori e grazie alla fatica  di poco più che trecento operai fabbri – veniva completata a Parigi per celebrare il Primo Centenario della Rivoluzione Francese.  Ed ancora sta lì.   Come, del resto, il ponte ferroviario della città di Porto, ugualmente progettato da Eiffel.

Quanto all’Italia, è ben noto che la progettata Esposizione E42 di Roma venne cancellata perché gli Europei (a partire dagli odiati Germani…) caddero preda di una frenesia revanscista ed autodistruttiva: ne restano vari edifici (alcuni completati dopo il 1945) nel quartiere ribattezzato EUR (Esposizione universale Roma) e che testimonia la progettualità razionalista del già ideologicamente vituperato architetto Piacentini: il Palazzo della Civiltà Italiana degli architetti Guerini, Lapadula e Romano vincitori di apposito concorso (il bellissimo  “Colosseo quadrato”, oggi affittato al mega Gruppo francese della moda LHVM): evidentemente non interessando al Governo italiano: in ben altre faccende affaccendato.

Nel dopoguerra quel tipo di iniziative internazionali proseguivano stancamente e l’organismo sovranazionale (BIE ) Ufficio Internazionale delle Esposizioni istituito da apposita Conferenza già nel 1928 diventava sostanzialmente lo strumento per “certificare” i progetti di Expo, limitandone il numero e verificandone la congruità: finalità ovvia è l’evitare la moltiplicazione e gli oneri crescenti (a fondo perduto…) per i Paesi partecipanti.

In generale, l’assegnazione di un’Expo era vista come la consacrazione del successo economico dell’intero Paese (Giappone con Tsukuba 1985, Spagna con Siviglia 1992, Portogallo con Lisbona 1998).  Ironicamente all’indomani della manifestazione partiva la recessione del Paese ospite… In Giappone una crisi durata poco meno di un quarto secolo proprio all’indomani del glorioso periodo del “Japan Number One” (superamento del prodotto pro-capite statunitense…)   Un dato evidentemente ignoto ai governanti italiani e, soprattutto, ininfluente per gli “sponsor” coalizzati in Milano (e già guidati dalla sindachessa Moratti…).

Resi accorti dalla sconfitta della candidatura di Venezia negli anni ’90 (con l’idea – peraltro geniale – del Ministro degli Esteri De Michelis di una Expo “immateriale” in Laguna), i “milanesi” liquidavano con metodi “spicci” e molte illusioni da parte della nostra rete diplomatica (impegnata a strappare consensi per la candidatura italiana anche nell’ottica di sprovincializzare la capitale della “Padania”) tutte le altre candidature, tra cui quella assai interessante di Smirne (la prima città islamica a candidarsi).   Il seguito è la storia dell’oggi, messa in luce da cronache, inchieste, scandali a ripetizione.  Tutto avviene tranne l’unica ovvia conclusione: ringraziare e cancellare una scadenza probabilmente destinata a coprirci di ridicolo: tempi saltati, realizzazioni dimezzate, nessuna comprensione della differenza tra un’Expo universale e la sagra della piadina ovvero una mega “fiera degli obei, obei”.

Ma (con un’impressionante analogia con la contestata TAV in Val di Susa) il problema non è dirlo agli altri Paesi (che ne sarebbero “sollevati”) quanto a chi attualmente in “Patria” più che realizzare le opere  si preoccupa di realizzare i guadagni… e di recuperare le “spese”.     Il tutto in un caos paragonabile alla patetica micro-storia della Scala che paga un tizio recuperato da Salisburgo, sito operistico da cui lo stesso tizio importa opere già prodotte e relaziona i committenti italiani in lingua tedesca.   E’ vero: il mondo ha fame d’Italia perché di Paese così ce ne è uno solo… e non piace più manco alle linee aree arabe chiamate al soccorso della comatosa Alitalia… E che vengono da noi per la sola ragione della collocazione geografica del nostro Paese…    Non certo per mescolarsi ad un rottame di struttura di servizio aereo.  Degna vetrina di un Paese arrivato da solo (“grazie” alla sua classe dirigente) ad una ennesima Caporetto (vedasi…).

E, dunque, Viva l’Italietta di Renzi, Farinetti e Co.   Rivediamoci tra un anno nella Milano passata da Formigoni a Maroni.  Dalla padella alla brace.   Festeggeremo nella “Capitale morale d’Italia” la fine della “fame nel Mondo”  con il metodo Renzi: “cronoprogramma” delle baggianate gradite solo ai “filantropi” che dominano i mercati finanziari.

Infine una preghierina per il Maggio: si smetta di etichettare i cittadini lavoratori come “mercato del lavoro”.  Non sono, non siamo né gli “eroi” comunisti del Lavoro (con la maiuscola…), ma neppure le vacche alla fiera del bestiame.   E un programma: salviamo (quel che resta…) dell’identità e dell’eguaglianza tra il 99 e l’1% di noi.  Basterebbe.

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