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27/03/2014

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I due “padroni del mondo” – quello attuale (a partire dalla fine della II Guerra Mondiale e con legittimità “storica” dal 1989) e quello verosimilmente di un qualche futuro non troppo remoto – si aggirano per l’Europa, o meglio nelle più “significative” Capitali europee.  I due tour – quello di Barack Obama che si conclude oggi a Roma e quello del cinese Xi Jinping che sarà  in Europa fino alla prossima  settimana – sono profondamente diversi eppure dimostrano che può esistere ancora una qualche “centralità” europea.

La differenza delle posizioni e degli interessi dei due leader riflette ovviamente ruoli che non possono ancora evidentemente essere assimilati ad uno schema bipolare: globali oggi gli Stati Uniti e – ancora – capaci di una leadership culturale e politica, in crescita economica esponenziale la Cina ma tuttora imbrigliata in un “deficit” politico che sembra incapace di poter colmare, anche solo progressivamente.   Va tuttavia tenuto ben presente che considerando la Cina  non si può parlare come (ragionevolmente) si fece del Giappone alla fine del secolo scorso: gigante economico, nano politico: non foss’altro per il potenziale militare cinese che può essere sintetizzato da un solo dato, e cioè dal fatto che già negli anni ’70 del secolo scorso la RPC disponeva di missili intercontinentali in grado di colpire la Costa Ovest (California) degli Stati Uniti.   Di qui il famoso viaggio di Nixon, di qui i prodromi di quel bipolarismo che – visto dall’Europa – non è esattamente una prospettiva irrilevante.

Di fatto delle due missioni europee quella di Xi Jinping è marcatamente economica (lo accompagna una massiccia delegazione economica e di imprenditori), quella di Obama inizialmente concentrata sullo scacchiere geopolitico regionale europeo (ed ovviamente sul “contenimento” rispetto all’“abbozzo” di revanscismo di Putin) si è poi dilatata su scenari complessivi ed ha assunto la portata di un rinnovato “Statement” di leadership: ciò soprattutto – come era prevedibile – a seguito dell’incontro con Papa Bergoglio.   Ovviamente quanto ciò attenga alle “corde” personali di un Obama entrato nella fase finale del secondo mandato (e, dunque, legata alle premesse della sua piattaforma presidenziale) e quanto le significative dichiarazioni pubbliche facciano parte della “linea” ufficiale statunitense è questione da verificare nelle prossime settimane, meglio nei prossimi mesi.

Per quanto concerne la (ritrovata o all’apice della fragilità e della crisi?) centralità dell’Europa questa è comunque testimoniata dall’attenzione rivoltale dalle due (comunque…) Superpotenze e – in ogni caso – impone un’ immediata conclusione di tutta evidenza, ovvero la necessità di una ripresa forte e decisa del processo di integrazione dell’Europa.  Pena la scomparsa (irrilevanza) non soltanto dell’Unione come progetto politico, quanto dei Paesi che la compongono e, tanto più, di quelli che il processo federativo l’hanno voluto fin dal principio.   Questo con buona pace degli imbecilli “nazionalisti” “strapaesanisti” nostrani, di quelli d’Oltralpe e – naturalmente – degli imbalsamati supporter ufficiali dell’Europa purchessia.    Tra l’altro il fatto stesso che i Cinesi abbiano concentrato la loro attenzione sulle Istituzioni dell’Unione piuttosto che sui singoli Stati conferma che questo è l’unico trend in grado di partecipare al riassetto comunque in corso delle relazioni internazionali.    Ed infine va ricordato che – per un buon trentennio – l’emergenza dell’area del Pacifico aveva di fatto “oscurato” il ruolo delle relazioni transatlantiche, o perfino dell’Europa in quanto tale.   Le due visite in ogni caso interrompono l’esclusività dell’Era del Pacifico.

Obama. Bergoglio.  Qui il segnale è assai interessante, ancorchè prevedibile e perfettamente in linea con il ruolo che Papa Francesco si è assunto:   diseguaglianze planetarie, giovani e poveri, individui e popoli emarginati, gestione e riduzione degli squilibri. Flussi migratori (incluse le politiche dell’immigrazione negli Stati Uniti…)  Una sfida che Obama ha ovviamente raccolto e di cui ha fatto stato non solo nella conferenza stampa con Matteo Renzi, ma anche nel “taglio” dato all’intera giornata romana che – va detto – ha avuto un respiro che il programma originario non dava per scontato e che ha “ossigenato” anche l’aspetto bilaterale della visita.

Per quanto concerne i punti in agenda nei colloqui in Vaticano il tono è stato volutamente poco problematico: l’attenzione della Santa Sede per l’area medio-orientale ed i conflitti che vi permangono, i contrasti sulle politiche dei diritti civili negli Stati Uniti (aborto, matrimoni gay, ecc.) sono sostanzialmente sfumati nell’approccio inclusivo accettato da entrambi gli interlocutori.  L’invito negli Stati Uniti a Papa Bergoglio ha prevedibilmente concluso positivamente la visita.

Infine sul piano delle relazioni bilaterali Italia/Stati Uniti, l’“incipit” del grande apprezzamento  per il Presidente Napolitano (“roccia di stabilità e saggezza”) è stato ampiamente superato dal tono che Obama ha voluto conferire alle sue pubbliche affermazioni: molto dall’“interno” e molto solidale.   Il che ci ha risparmiato il consueto spettacolo dell’untuoso servilismo (non richiesto e probabilmente non gradito) tradizionalmente dispiegato dai governanti italiani in cambio dell’impunità e del “benign neglect” rispetto alle loro inette ed inefficienti politiche.   Al contrario, la gradevole innovazione è stata la sintonia tra Obama e Renzi: certo Obama ha dispiegato accenti riformistici (anche sull’economia e la fuoriuscita anche europea ed italiana dalla crisi) di grande livello (secondo schemi che riecheggiavano ed ampliavano il miglior Krugman) ad esempio quando ha spiegato i guasti strutturali e generazionali della disoccupazione e precarietà giovanile); a tutto ciò  Renzi – evidentemente incoraggiato -ha corrisposto con ovvio entusiasmo.  Dispiace soltanto che un Governo che si vuole innovatore e riformista sia stato “scavalcato” dalla “vision” di Obama e della sua insistenza sul contrasto alle diseguaglianze.    Verrebbe da chiosare che Renzi (per non parlare del Partito ex-riformista a cui appartiene) non includano tra i “sogni” per la nuova Italia anche questi temi soprattutto in una situazione strutturalmente e congiunturalmente disastrata come quella italiana…).   Centrata peraltro l’osservazione di Renzi sulla necessità italiana di superare la “subalternità culturale”: qualunque sia il significato che vi attribuisce.

Apparentemente (sostanzialmente?) razionale, costruttivo ed incoraggiante l’atteggiamento sui temi di sicurezza: intanto la conferma del riconoscimento di un ruolo italiano nell’area mediterranea (ammesso che fossimo capaci), duttilità sul contributo alle spese militari, con l’ottica di rafforzare la cooperazione europea evitando la duplicazione delle spese e l’“eccesso di capacità”.   Non noto se questo si estenda alla “flotta” di F35  vogliosamente “prenotata” dalle nostre gerarchie militari…

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