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25/03/2014

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Così ancora una volta non resta che sperare in Papa Francesco che giovedì a Roma riceverà la visita di Barack Obama.   Infatti sia gli eventi sul “terreno” della crisi Ucraino/Crimeana, che le reazioni internazionali in corso consentono ben poco ottimismo e, anzi, rievocano (su “scala” incomparabilmente maggiore) altri infausti momenti di transizione seguiti da tragedie planetarie.   La rapidità – e l’incisività – di reazioni fin qui dimostrata dal nuovo Papato ha una buona occasione per dispiegarsi in una congiuntura incerta e evidentemente pericolosa.

Certo il Putin della Crimea assomiglia poco all’Hitler dell’invasione in Cecoslovacchia del 1938 che aprì le “danze” della II Guerra mondiale, ma le dinamiche in corso hanno la stessa sinistra ritualità: mossa, contromossa, rigido copione fatto di ritorsioni di “sparate” propagandistiche e sostanzialmente di incomunicabilità ed autoreferenzialità.    Ecco perché la “fantasia” di Bergoglio e dei suoi consiglieri potrebbe fare una qualche differenza.  Anche se – come diceva Stalin – il Papa non ha “divisioni” armate da mettere in campo.   Dunque, non un incontro di buona volontà o di rassicurazione dopo le vicende molto sentite negli Stati Uniti della “copertura” dei casi di pedofilia, quanto piuttosto un possibile dispiegarsi del ruolo della Santa Sede a difesa di un’evoluzione pacifica della situazione internazionale. Vedremo.

Intanto la decisione (statunitense ma formalmente adottata dai rimanenti G7 “Occidentali”) di cassare il G8 previsto in giugno a Soci e di ricondurlo al formato originale a 7 e di tenerlo a Bruxelles chiude la porta ad una “ricucitura” a breve.   Ma chiude anche la porta ad una evoluzione positiva durata quasi quattro decadi: partito a 6 a Rambouillet, nei pressi di Parigi, diventato a 7 con l’aggiunta (voluta da Washington) del Canada, originariamente pensato come “incontro del caminetto” per dibattere informalmente tra i leader delle principali potenze economiche  situazione e prospettive dell’economia globale (alla partenza nel 1975: la crisi petrolifera), era diventato nel 1998 (con l’inclusione della Russia) più aderente al ben noto “Concerto delle Potenze” e dal “focus” economico si era in qualche misura ampliato all’orizzonte politico generale (diciamo: del genere “brevi cenni” sui destini dell’umanità…).

Infine,  nel 1999 dal G8 “gemmava” il formato parallelo (ma più strettamente economico) del G20, includendo Cina, India, Brasile, Sud Africa, Indonesia, ecc.; insomma una foto più realistica e completa dell’economia globale e dei suoi referenti statuali.

La “ritorsione” G8 inferta a Putin (in sostanza una sospensione della partecipazione russa) non va ovviamente enfatizzata, ma neppure sottovalutata: non tanto perché dal G8 sarebbe uscita (fatto del tutto insolito…) qualche travolgente e positiva svolta nelle relazioni internazionali e nella “conduzione” del pianeta, quanto perché interrompe una routine insufficiente sul piano dei contenuti, ma comunque rassicurante.

Inoltre. A rendere meno roseo (anzi a renderlo cupo) il panorama internazionale veniva il Summit (con 53 Paesi partecipanti) sulla Sicurezza Nucleare dell’Aja: una sorta di esercitazione in cui di fatto gli unici “legittimi” antagonisti sono o gli “Stati canaglia” (“Rogue States” come la Corea del Nord) o il terrorismo internazionale: pretendendosi cioè che gli altri Stati potrebbero essere “vittime” ma non “aggressori”.   In breve una scadenza che – invece di rassicurare – induce ad un legittimo nervosismo l’opinione pubblica internazionale: tra gli “innervositi” va evidentemente incluso il Premier italiano Renzi “scappato” a metà dei lavori per rientrare a Roma e al dichiaratamente da lui aborrito “teatrino della politica”.

Forse dovrà – anche lui – rassegnarsi ai tempi e metodi della concertazione internazionale: che non sono quelli delle conferenze stampa compiacenti.

Da ultimo. Un segnale cupo viene dal teatro delle contenute azioni militari in Crimea ed altre zone di confine: le truppe sovietiche (pardon: russe) si sono variamente lasciate andare ad atti di brutalità e di umiliazione verso gli Ucraini.   Davvero non un buon auspicio.

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