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24/03/2014

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Matteo Renzi sarà pure “un torrente impetuoso” che lotta contro i gorghi paludosi (tipo Camusso e Squinzi, rispettivamente “capi” degli imprenditori e dei lavoratori subordinati) però le cronache non registrano né concreti passi avanti (e questo è comprensibile dato il poco tempo trascorso dal trionfale insediamento), né un clima nel Paese tale da indurre all’ottimismo.   Anche a cercarlo col lanternino.

Un po’ di esempi.   La “rimodulazione” dell’IRPEF, che avrebbe dovuto alleggerire l’imposizione sui redditi più bassi è in via di archiviazione e dovrebbe trasformarsi in un bonus “una tantum” di 80 euro: insomma una sorta di “mancia” ai “pezzenti”… Il “fiore all’occhiello” del rilancio renziano – e cioè l’Expo Milano 2015 – è investito da arresti ed indagini, nonché da incrinature nell’ “Union Sacrée” tra Regione (il leghista Maroni) e Comune  (Pisapia, centro-sinistra “bene”).   Qui, come prevedibile, un’iniziativa tanto faraonica (per costo e potenziale corruttivo) quanto assolutamente “datata” e di fatto irrilevante per l’economia reale del Paese, procede verso l’inevitabile risultato negativo.  Negativo ovviamente a parte i “lustrini” nei quali il Paese è specializzato.

D’altro canto – dopo aver “riossigenato” la Lega travolta dagli scandali interni (diamanti, lauree albanesi, banche finte, eccetera) – che altro ci si poteva aspettare dalla classe dirigente erede dell’“impero” del celeste Formigoni?  Dunque, un primo risultato – negativo – di immagine è già stato centrato: gli Italiani non sono capaci di alcuna realizzazione senza rubare, corrompere, raffazzonare.  Auguri dunque per la “vetrina sul mondo” dell’anno prossimo.

Nel frattempo – per restare prevalentemente al Nord – la successione dell’“escluso” Berlusconi matura in un clima di “Rasputin”: solo che le Rasputin nostrane sono donne e – prevalentemente – giovani e bellocce.  Figlie, fidanzate, sicofanti: insomma un Circo Barnum post-moderno e trash assolutamente all’altezza della cosiddetta Destra all’italiana.

Altri fatti (certamente non imputabili al nuovo venuto Renzi) sono più gravi e denotano un clima sinistro nel Paese.  Circolano video in cui si vede una fregata della Marina Militare che mitraglia barconi guidati da “scafisti” ma carichi di rifugiati siriani. La “soddisfazione” per la “vittoria” (affondamento) che – sia detto per inciso – è una delle poche conseguite da un’Arma che nella sua storia ne ha avute ben poche (da Lissa in poi… passando per la tragedia di Capo Matapan) non getta una bella luce né sulla sbandierata “Mare Nostrum”, né sulla controversa dinamica dell’uccisione dei pescatori indiani…

C’è di peggio.  Mentre si annuncia l’insediamento di una Commissione sul caso Moro, tornano alla luce elementi che confermerebbero come nel sanguinoso attacco di Via Fani, le BR avrebbero goduto di una  “copertura” armata da parte dei Servizi segreti – o di parte di essi.  Fatti non nuovi e certamente verosimili considerata anche la radicale involuzione seguita alla tragica primavera del 1978.  Una fase tuttora in corso, anche se “addolcita” dall’anestesia permanente che avvolge il Paese.

Riguarda invece direttamente il Premier Renzi l’esplosione della polemica sui super-“salari” dei manager pubblici.  La “minaccia” del capo delle FS Moretti di andarsene dall’Italia qualora gli toccassero il milione annuo che retribuisce il suo talento nel massacrare i pendolari e titillare i viaggiatori dei treni “veloci”, ha dato la stura ad una contesa che Renzi ha di fatto “delegato” al suo amico e “competitore” di Moretti (con Italo) Diego Della Valle.

Così, mentre il “decisionista” fiorentino non decide, il “popolo” veneto sogna la Crimea (anzi meglio della Crimea: l’indipendenza) e vota – telematicamente – a stragrande maggioranza l’uscita dall’Italia.   In attesa del ritorno del Doge e – dopo due decenni dal carro armato di cartapesta in Piazza San Marco – il Paese si sfascia dal di dentro confermando quanto fosse avventata la celebrazione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia    Folklore – si dirà – ma, dietro il folklore, c’è il nulla propositivo.        Mentre infatti dappertutto nel mondo ferve il dibattito sul “glocalismo” cioè sulla necessaria sintesi tra un progetto di credibile razionalizzazione della globalizzazione (cosmopolitismo) ed uno sviluppo partecipato delle autonomie ed identità locali, in Italia i parametri sono provincialismo e diffusione locale di tutte le forme degenerative della politica nazionale.

E come uscirne quando Paesi ben più strutturati di noi (es. la grigia Francia di Hollande investita nelle elezioni di ieri dal ciclone “nero” di Marine Le Pen) non riescono a produrre alternative credibili?   E, tuttavia, va detto ancora una volta che il problema italiano non è il futuro bensì il passato e le conseguenze nefaste che ancora produce.  E continuerà a produrre fino a quando non verrà sanato da profonde riforme e non – ripetesi non – ritocchi cosmetici.

Direbbe il Signor De Lapalisse: le piaghe non si sanano col belletto.

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