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21/03/2014

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matrigna

La strada in discesa – per Matteo Renzi – è finita ieri a Bruxelles alla riunione “comunitaria” dei Capi di Governo e, soprattutto, nell’incontro con i due “capi” uscenti Barroso e Van Rompuy.  Il calcolo “furbetto” di ribadire il rispetto del vincolo (peraltro inutilmente definito “anacronistico”) del 3% del deficit (per soprammercato a suo tempo stupidamente assurto in Italia a totem “costituzionale”) e – al tempo stesso di giostrare con i quattro decimali ancora liberi per l’Italia (che per l’anno in corso sarebbe attestata al 2,6% ) si è scontrato con i “distinguo” del vertice tecnocratico (in realtà politicamente ancora forte considerati i Paesi supporter…) si è scontrato con un atteggiamento “roccioso”.

Ed il “Nostro” non ci è abituato: non sa che il suo rituale “stai sereno” non funziona oltre le Alpi.  E non funziona neppure il buttarla sui massimi sistemi: “qui si parla di missione dell’Europa, non di decimali…”.   Ma non è così e non solo per l’ottusità o la chiusura degli interlocutori ai quali – palesemente – non frega niente che l’Italia sia entrata (dice Renzi…) in una fase di rinnovamento rivoluzionario.  Peggio ancora è ricominciata la triste fase dei “sorrisini” che dimostrano come la fase della “simpatia” (o meglio della benevola aspettativa…) ci metta ben poco a trasformarsi nella sopportazione e poi nel compatimento.

Il tutto non solo induce a preoccupazione per la fattibilità del famoso programma della “cartellina” (ovvero la “storica” Conferenza stampa della nuova Italia in tre mesi…) ma anche sulla tenuta del semestre UE a Presidenza italiana che inizierà il primo luglio, cioè all’indomani delle elezioni europee.

Pur simpatizzando (ovviamente) con le aspirazioni e le posizioni del giovane (troppo?) Premier, si è costretti (anche per evitare di vedersi confrontati nel “vasto mondo” con un nuovo Berlusconi e sia pure dal “volto umano”) ad invitarlo a ridimensionare le sue temerarie affermazioni sulla “fame d’Italia” che – a suo dire – si aggirerebbe dappertutto come un propizio fantasma.    Prima capirà che la cupola del Brunelleschi o il Colosseo non sono un lasciapassare universale bensì un costoso “valore” da tutelare e meglio sarà.

L’ingannevole inerzia con cui è stata realizzata la sua fulminea ascesa può convincere le “ragazzotte” della Leopolda trasformate in Ministre con un colpo di bacchetta magica, lusingare i piccoli imprenditori amici suoi, aggregare quegli stessi immarcescibili (e marci) ambienti che avevano salutato l’uomo dell’ “Italia: il Paese che amo” con il segreto pensiero (parole di Gianni Agnelli…) se Berlusconi vince, vinciamo tutti, ma se perde, perde solo lui. Invece a perdere sono stati solo e soltanto tutti gli Italiani…

Ebbene tutto questo è “fuffa” nel Paese della “scialla”, e la prima riforma è culturale, cioè di piena comprensione ed accettazione del livello di degrado del Paese di cui si è voluto assumere il comando.  Muovere contro questo degrado e soltanto dopo averlo riconosciuto.

La verifica bruxellese è stata una incontrovertibile messa in guardia sul fatto che la propaganda interna si ferma – appunto – alle Alpi: l’asta delle auto blu quando si rinnovano i mostruosi contratti di affitto di immobili per Parlamento e Governo (metteteli nelle 250 caserme da dismettere…), quando si sorvola sui volenterosi e semi-ufficiali corrieri della droga, quando si impapocchiano funamboliche leggi anti-omofobiche e si lasciano carceri e diritti alla vita (e alla morte) in condizioni medievali, tutto “congiura” contro l’assunto innovatore del giovanissimo Matteo.    Ahinoi, “tutto si tiene”: e non basterà fare un restyling firmato Renzo Piano alle scuole nel Paese senza asili-nido (o, peggio, con asili nido a rette superiori al salario medio nazionale).   O peggio il Paese in cui la tollerata evasione supera a “due cifre” le dimensioni di qualunque manovra di rilancio.

Il guaio è (per Matteo…e per noi)  che in Italia (a differenza praticamente da tutto il resto del mondo) la politica – mentre cresceva esponenzialmente in inefficienza – cresceva perfino di più in pervasività nella vita dei cittadini.   Per questa ragione la riduzione dell’offerta politica al bipolarismo secco è intrinsecamente idiota (e lascia spazio a qualunque arbitrio autoritario): l’Italia non è una democrazia liberale, non è gli Stati Uniti ove la politica concerne le grandi scelte e non è un “tutore morale” di tutte le civiche condotte.   La superfetazione legislativa (in un apparato legale bizantino) ed il provincialismo culturale sono – a nostro avviso – le pre-condizioni ostative di ogni possibile rilancio.    Forse Renzi se ne è accorto ieri a Bruxelles.     E, comunque, se ne accorgerà quando i baci e gli abbracci con gli altri “potenti” europei cominceranno a farsi più ritrosi e più freddi.

Post Scriptum.  Mentre vanno in onda nuove puntate della telenovela italiana, il contenzioso Est-Ovest (o meglio Russia versus “Occidente”) si indurisce e si allarga alle questioni economiche e soprattutto ai flussi finanziari.   Questi diventano uno strumento per bloccare quello che ormai si configura – con la completata annessione della Crimea – come un vero e proprio revanscismo grande-Russo.   Il blocco nelle banche occidentali dei cospicui fondi di vari personaggi russi (inclusi “oligarchi” vicini a Putin, anzi di alcune casseforti putiniane) viene di continuo aggiornato ed allargato.   Allo stato è difficile valutare l’impatto delle misure, ma è indubbio che il messaggio (annunciato da tempo da Obama) si sta rivelando “forte e chiaro”.    E, per converso, il buonumore di Putin all’indomani di una mossa, che continua a ritenere tanto “felice” quanto giustificata, rimane inalterato.

Meno il nostro, tenuto conto che di tutto l’Europa abbisognava meno che di una sovrapposizione di contenzioso Est-Ovest ad una geopolitica tutt’altro che stabile.  Ora la “piaga” ucraina e circonvicina rimane più che aperta…

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