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17/03/2014

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“Finis Crimeae”, “Finis Ucrainae”?  Questo l’interrogativo che rimane sul terreno all’indomani del referendum di domenica nella regione autonoma (fin qui all’interno dell’Ucraina…) di Crimea: il 93% di consensi alla richiesta di annessione alla Federazione Russa anche se depurato di procedure approssimative e prive di osservatori internazionali nonché di eventuali brogli e scarsa segretezza di voto rimane comunque del tutto incontrovertibile.  Gli abitanti della Crimea vogliono tornare a quella Russia di cui hanno fatto parte per circa trecento anni (dai tempi di Caterina la Grande) fino all’inclusione della Crimea nell’Ucraina decisa da Krusciov nel 1954.

Del resto, non bastassero i legami etnici (gli abitanti della penisola sono a grandissima maggioranza russi e in totale minoranza ucraini più una fin qui silenziosa minoranza tartara, cioè turca, ormai da secoli autoctona), è evidente che l’attuale incertezza regnante a Kiev non incoraggia la “lealtà” nei confronti di una così recente “appartenenza”, al contrario le manifestazioni di giubilo in Crimea sono difficilmente liquidabili come “finte”.

Se questo è grossolanamente lo stato dei fatti, altra questione sono le implicazioni internazionali degli eventi e le reazioni che provocano: soprattutto Stati Uniti e Paesi principali dell’Unione Europea (difficile parlare dell’Unione come di un tutto compatto e credibile nonostante le rituali dichiarazioni della scialba “Ministro degli Esteri” UE Catherine Ashton…).

Fin qui, nonostante il “decisionismo” dimostrato da Putin, la situazione appare sotto controllo. Il che non sorprende considerato che l’unica convergenza tra Obama è Putin risiede nell’esigenza di entrambi di non permettere un’uscita di controllo della situazione: nei prossimi giorni verranno lanciate sanzioni punitive (soprattutto finanziarie e di status…) contro Mosca, ma – con tutta evidenza – al solo fine di “contenimento” e, naturalmente, di “immagine”.    Tanto più che il G8 di quest’anno dovrebbe essere a Presidenza Russa (a Soci sul Mar Nero il 4 e 5 giugno prossimi) e che difficilmente si concretizzerà la minaccia estrema del boicottaggio di una riunione annuale che – nonostante da molti anni sia “imbalsamata” e svuotata – rimane pur sempre l’unico embrione di “Governo” mondiale.

Nel frattempo gli eventi richiedono evidentemente un doppio approccio: politico-diplomatico (incluse le interdipendenze economiche) e di analisi sulla complessa struttura delle relazioni internazionali dopo un quarto di secolo dalla fine della “guerra fredda”.     Intanto ancora una volta l’abbaglio sulla “Fine della storia” (intesa come vittoria finale dell’Occidente “capitalista” – e degli Stati Uniti in particolare – a fronte dello “squagliamento” dell’ipotesi “comunista”) si conferma come una “coperta” troppo corta per coprire avvenimenti molto poco previsti, inclusa l’incredibile resurgenza degli Stati nazionali (e perfino “sub-nazionali come ad esempio in Italia l’idiozia leghista…) e del loro potenziale disgregativo e minaccioso per la pace e lo sviluppo globale.

Per quanto riguarda l’attualità diplomatica (considerata anche la relazione energetica ed economica che lega Russia ed UE) difficile immaginare grandi svolte che non dovrebbero neppure venire dagli Stati Uniti (considerati qui i concorrenti interessi in conflitti attuali e possibili: Siria, Iran e così via): dunque non resta altra via che attenzione reciproca ed esercizio – possibilmente – di “Soft Power”.   In questo stallo permanente serve a poco il richiamo retorico alla “Costituzione Ucraina” o al diritto internazionale (Ashton, Kerry).

Da un punto di vista più generale, la vicenda ucraina – come del resto quella siriana – riconferma la necessità del maggiore recupero possibile di una dimensione cooperativa multilaterale e globale sulla base di principi condivisi, ancorchè minimi: la scelta degli Stati nazionali e di quello “imperiale” di oscurare le esistenti Istituzioni multilaterali con la doppia scelta di opachi dirigenti (es il Segretario-Generale ONU Ban Ki Moon) e di linee operative debolissime non ha affatto pagato ed ha viceversa aumentato l’instabilità globale.  Detto in altri termini, si può affermare che il “dividendo” della fine della Guerra fredda è stato sperperato, non messo a frutto…     Ed è anche quanto accaduto nelle Organizzazioni Regionali: l’Europa in caduta libera ne è un esempio e tra breve un test esemplare fornirà ulteriori indicazioni: speriamo non negative come si prevede.

Va infine detto che questo trend negativo non corrisponderebbe alla crescente interconnessione tra le “varie” opinioni pubbliche nazionali che viceversa tenderebbe ad una uniformizzazione anche positiva intorno a quei valori minimi cui si accennava.   Se mai sono i Governi nazionali a favorire –ai propri fini – frazionamento e contrapposizione.   Un dato che dovrebbe preoccupare molto più dei cosiddetti populismi: anzi, il solo antidoto ai medesimi.

Un esempio di questa realtà contemporanea è il caso tragico/misterioso dell’aereo malaysiano.  Qui sono in azione entrambe le forze: quella di una cooperazione senza precedenti e commisurata alla dimensione globale dei rischi e delle indeterminatezze e quella dei vari centri di interesse e comando nazionali con i loro interessi e segreti.   Difficile qui non vedere dove risiede la positività e dove la negatività.

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