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14/03/2014

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Federica-Gagliardi

E così il polverone si è un po’ depositato e – come si dice – non c’è che da aspettare i tempi tecnici interni (nonché chiarire chi e come paga, se e dove si “taglia”) e l’aggiustamento esterno (soprattutto con l’Europa e la BCE) del megapacchetto…

Ma non è finita qui perché ben due eventi di ieri impongono prepotentemente una chiarificazione troppo a lungo rinviata sul fatto che le politiche interne non prescindono da quella estera e questa – a sua volta – non si riduce alla geremiade del vincolo finanziario, ma è fatta di molti irrisolti quadri di riferimento e di tanti avvenimenti che hanno polverizzato l’immagine del Paese.

Premesso che Il metodo Berlusconi/Tremonti – non diversamente di quello simmetricamente vuoto di Monti – aveva toccato un minimo storico diviso come era tra trucchi e schifezze di piccolo cabotaggio ed affreschi ideologici megagalattici e premesso anche che il decoroso “cesello” internazionale lettiano non ha avuto neppure il tempo di strutturarsi, la cronaca di ieri ed una scadenza parlamentare di primaria importanza (rifinanziamento delle missioni estere, più o meno di pace) hanno segnato un campanello d’allarme intorno alla politica estera nazionale a fronte della quale il “caso marò” è – con buona pace delle famiglie dei militari coinvolti (militari, non figli di mamma come – se mai – erano gli oltre 50 caduti in Afganistan); dunque tutto ciò premesso un preciso campanello d’allarme è suonato per il Gabinetto Renzi.

Non solo il dibattito europeo (e le elezioni di fine maggio) non – ripetiamo, non – è una scadenza di routine bensì uno snodo per la sopravvivenza e la significanza dell’Europa che a noi sono più indispensabili che ad altri più strutturati Paesi, ma anche mettere un focus d’attenzione del tutto ovvio sul Mediterraneo nord-africano e medio-orientale (e sulla priorità asiatica) non bastano.

La cronaca “nera” dell’ex collaboratrice di Berlusconi arrestata all’aeroporto di Fiumicino mentre tentava di entrare con un leggiadro bagaglio a mano di 24 (ventiquattro) chili di droga non è un episodio semplicemente malavitoso di “connection” tra malavita nostrana e “cartelli” latino-americani, bensì la prova che tutto il marcio tra noi e quell’area è stato attentamente coltivato e promosso ai più alti livelli e con il coinvolgimento delle strutture diplomatiche italiane.  La donna – tal Federica Gagliardi – solo quattro anni or sono sedeva al fianco di Berlusconi a Vertice G8 di Toronto e viaggiava su è giù per l’Atlantico a spese del contribuente sugli aerei di Stato gloriosamente gestiti dall’Aereonautica.     E anche questo spiega l’eccesso di confidenza mostrato con il trolley rosa…

Ma la “politica estera” (si fa per dire…) Dispiegata nell’area centro-americana dal neo-Padre della Patria Berlusconi Silvio, non si limita a queste sgradevoli coincidenze e “leggerezze”, infatti – per dirne una – anche quello panamense rimane  un caso aperto non solo per le inchieste a carico dell’ottimo Walterino Lavitola ma anche perché la Farnesina (e soprattutto i i funzionari già in servizio a Panama) vi sono comunque coinvolti.     Anzi la ben scarsa chiarificazione del ruolo da questi svolto ed una gestione complessiva della Farnesina tanto clientelare che opaca rimangono ancora da chiarire e risanare. E difficilmente i diligenti “compitini” della neo-Ministro Mogherini ripuliranno una struttura che definire “impolverata” e reazionaria è molto poco dire.

Ancora peggiore è la situazione per quanto attiene il “decreto missioni” cioè la “polpa” militare e di sicurezza delle nostre presenze internazionali.  Da una parte infatti le scelte operative sono di fatto consegnate alle strutture militari e, dall’altra, il dibattito parlamentare e d’opinione viene sistematicamente – da decenni – castrato proprio quando dovremmo completamente articolarlo e chiarificarlo, non sminuzzarlo o, peggio, trasformarlo in una vuota arena retorica.    In questo modo non soltanto si priva l’Italia di visione e scenari complessivi, ma – a nostro avviso – si costruiscono e si montano inestricabilmente casi del tipo appunto di quello con l’India.

E’ ovvio che il Paese – se davvero vuole rinnovarsi o semplicemente diventare un po’ più “normale” – non può accontentarsi del solo volet “bruxellese” o degli incontri di vertice, ma deve investire massicciamente sulla sua struttura diplomatica.  In primo luogo accendendovi un faro che snebbi ventennali opacità e clientele.  E, contemporaneamente, riannodi politica estera e politica interna.  A partire da un buon colpo di ramazza.

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