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04/03/2014

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Theatrical Release

La scalinata sul porto di Odessa (Crimea, sul Mar Nero) ricorda a chi scrive – più che la memorabile scena del film “La corazzata Potemkin” e dei prodromi della rivoluzione bolscevica – una lunga navigazione fluviale (tre/quattro giorni) scendendo il corso del Dnieper da Kiev fino appunto ad Odessa, passando cioè dall’Ucraina/Ucraina all’Ucraina/russa.   Si era già all’indomani dell’89 e la nazione “sorella” aveva ormai acquistato la piena indipendenza all’indomani dell’ esausta ”implosione” sovietica.   Una indipendenza che – nel secondo dopoguerra – aveva comportato soltanto un doppio seggio “sovietico” (URSS + Repubblica Ucraina) alle Nazioni Unite.   Per il resto la linea di separazione era stata praticamente inesistente: molti dirigenti sovietici erano di origine ucraina o comunque per nascita (Krusciov per tutti) per non parlare della cultura, più che contigua (basti pensare al Bulgakov del “Maestro e Margherita”…).

Così, già un quarto di secolo fa,  la separazione aveva comportato traumi assai limitati ed il tessuto sociale si prestava più che ad una contiguità ad una convivenza pacifica.   E, tuttavia, il germe dell’attuale conflitto era già in latenza: comune l’uscita dall’Impero sovietico, ben distinte le strade future.   Per chiarire: se era nelle cose che la Russia (Putin o non Putin…) avrebbe “recuperato” un qualche destino da “grande” Potenza, era altrettanto ovvio che l’Ucraina si sarebbe posta come un medio Paese europeo alla ricerca – appunto – di un ruolo regionale in collegamento con l’Europa.   L’Europa dell’Unione.

Il parallelismo iniziale, visibile fin nei minimi dettagli (la sparizione delle “papiroske” i robusti sigari di cartone dell’era sovietica e la loro immediata sostituzione con le “esangui” Marlboro), o – su più larga scala – la dinamizzazione delle rispettive società procedevano di pari passo, ma i destini non erano convergenti: troppo “nazionale” quello ucraino, inevitabilmente “imperiale” quello russo.   Le travagliate e grossolane gestioni a Kiev della Timoshenko prima e di Yanukovich poi erano destinate a favorire l’attuale collisione.

Fuori dell’enfasi propagandistica (e Angela Merkel sembra fin qui cogliere il punto meglio del retorico Obama e non a caso funge da battistrada europeo, Italia inclusa) il nocciolo della dura linea di Putin  merita – se non altro – attenzione.   Per ragioni “congiunturali” e cioè l’evidente irritazione infertagli alle Olimpiadi di Soci trasformate in una tribuna anti-omofobica (certo: colpa sua…), ma anche per ragioni più profonde e cioè l’ovvia “inaccettabilità” per la Russia di veder praticamente ignorate le proprie “minoranze” in territorio ucraino.

Di più: con non infondato paradosso, si potrebbe affermare che l’Ucraina sta alla Russia come il Canada sta agli Stati Uniti.   Con tutto quello che ne consegue.

Ed è allora evidente che la materia va maneggiata con prudenza ed intelligenza critica.   E così speriamo che avvenga nel Vertice europeo dei prossimi giorni.   Il ricorso al “Gruppo di contatto” in sede OSCE (che i media italiani confondono spesso e volentieri con l’OCSE ove questa è l’organizzazione economica consultiva dei Paesi ad economia capitalista Giappone e Corea inclusi nonché gli Stati Uniti, mentre l’altra è la struttura politica che discende dal processo di sicurezza europea post-Helsinki…) potrebbe essere una via d’uscita che ricomponga posizioni che inevitabilmente virano verso contrapposizioni ideologiche, o – peggio – anacronisticamente propagandistiche.

La guerra “fratricida” nella ex Jugoslavia (pur con tutte le differenze del caso…) dovrebbe imporre una sorta di invalicabile tabù a cui richiamare tutte le parti in causa.  E, al tempo stesso, non si può non utilizzare questa drammatica crisi per rammentare quanto pochi – se pure vi sono – siano i passi avanti compiuti per avvicinare le strutture politiche o – quanto meno – valorizzare gli strumenti di ricomposizione pacifica (“diplomatica”) dei conflitti.  La reazione “apprensiva” delle Borse e dei mercati finanziari dimostra che anche questi “parassiti” globali temano ferite ed esplosioni allargate che metterebbero in forse il loro proficuo “habitat”.   Ancora una volta il punto dolente della forma “Stato nazionale” si ripropone come un acceleratore – detonatore – di problemi ed ostacolo non solo alla risoluzione dei nodi globali, quanto piuttosto alla stessa convivenza pacifica.  Difenderlo o costruirvi intorno una rinnovata retorica non servirebbe a nessuno e certamente non alla giovane Ucraina.

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