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27/02/2014

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Se Grillo non fosse Grillo e se il suo partner Casaleggio avesse fatto spazio alla storia tra le sue conoscenze tecniche, forse il Movimento a Cinque stelle (anzi il primo errore risiede proprio nell’aver scelto come nocciolo duro di un movimento potenzialmente libertario “cinque punti   a capocchia” invece di definire uno spazio programmatico aperto ed una  metodologia realmente partecipativa…) forse il movimento sarebbe diventato un serbatoio di presenza politica dal basso, dai cittadini, e non un’operazione mediatica destinata in ultima analisi a rafforzare – e non a far saltare – l’afasia politica e la concentrazione di potere della moribonda partitocrazia italiana.

Ma, come banalmente si dice, la storia non si fa con i se e con i ma… ed eccoci qui a calcolare quanti “espulsi” dei 5 Stelle ci vogliano per rendere più “solida” l’ambiguissima opzione renziana.  Un’operazione che – in attesa di vedere qualsivoglia risultato del decisionismo liberista di Renzi – si riduce alla trasformazione dell’agonia “assistita” del Caimano  in un potere perpetuo di interdizione legato ad una persona (ed ai suoi personalissimi interessi e concezioni “piccolo-borghesi”) all’interno di uno sfascio nazionale senza precedenti nella storia repubblicana.

La vicenda delle espulsioni “per lesa maestà” del “Mangiafuoco” Grillo (deluso e frustrato nella sua convinzione narcisista di aver “fatto a pezzi” in “streaming” il suo impotente contraddittore Renzi) e l’implosione che ne consegue a meno di tre mesi dalle elezioni europee confermano intanto come la “purezza” politica ed un’autocrazia opposta ma simile a quella berlusconiana portano inevitabilmente a ricostruire le fondamenta di una restaurazione di cui la comatosa Italia non ha certo bisogno.

I fatti del giorno sono lì a dimostrare la perenne validità dei meccanismi che portarono il “puro” Robespierre prima al massacro fisico di massa (dei progressisti… dell’epoca) e poi al sacrificio mostruoso di sé medesimo ed infine al “nuovo ordine” conservatore e reazionario del Termidoro (leggasi il recente e profondamente documentato “Robespierre. A Revolutionary Life” dello storico australiano Peter McPhee…).   Una costante storica rinverdita – come a tutti noto – da Stalin ed oggi involontariamente auto-ridicolizzata – fortunatamente – dalle “testuggini spartane” del giovane grillino Di Battista.

Ma, a parte il dispiacere soggettivo di doversi ancor oggi confrontare con la costante giacobina (altro che Partiti “padronali” e varie opportunistiche “monnezze” sociali…), il punto rimane quello della forse impossibile ricostruzione di un tessuto democratico nel Paese.  Gli oltre vent’anni “guadagnati” per la sopravvivenza delle oligarchie partitiche ed imprenditorial-parassitarie sono costati al Paese un decennio di regressione economica e civile e continuano a rendere impossibile la fuoriuscita dalla crisi.    E nonostante ogni possibile ottimismo sulla “svolta” renziana (del resto motivato soltanto con il duplice mantra dell’ “ultima spiaggia” e dello “stellone d’Italia”), le prospettive restano assai cupe.   Perfino il conservatore “Wall Street Journal” non si esime dal ricordare che il 48% dei giovani italiani emigrano o – quanto meno – dichiarano il proprio desiderio di farlo.   Altro che “fame d’Italia”…. Altro che “generazione Erasmus”…

Nel frattempo e nel mezzo di turbolenze di cui è difficile prevedere l’esito, i più coriacei tra i sopravvissuti della Seconda Repubblica (il “ragno” tessitore D’Alema per tutti…) progettano un proprio più ampio futuro a partire dalle elezioni europee.   Ed anche questo sarà un banco di prova per verificare se la scadenza e le opportunità che si offrono verranno usate per il Paese o – appunto – per “sistemare” questi “sopravvissuti”

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