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21/02/2014

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Forse Kiev non sarà una seconda Sarajevo.  Almeno non nel senso di trascinare la bella e nobile città sul Dnieper (la città di Bulgakov e delle grandi chiese e conventi cristiano ortodossi) in mesi e mesi di massacri “selettivi”, di cecchini e di morti per le strade.  La giornata di ieri – con decine di morti tra i dimostranti e – sembra – una settantina di poliziotti e forze di repressione presi in ostaggio aveva già segnato il punto di svolta aprendo di fatto una guerra civile al centro dell’Europa su quella che una volta era la cerniera tra i due blocchi Est/Ovest.

L’impatto mediatico dell’infermiera freddata da un cecchino con un proiettile alla testa e ancora capace di lanciare un tweet che annunciava la propria morte – “muoio” -  è stato enorme ed ha di fatto favorito la “mediazione” Europea tra il Presidente Yanukovich e le (almeno alcune) forze di opposizione.  In verità più che di mediazione europea (non certo la scialba Catherine Ashton…) si è trattato di un’azione congiunta franco-tedesca-polacca.   E, peraltro, né Obama né – soprattutto – Putin hanno voluto permettere una irreversibile uscita di controllo della situazione.    Certo il nodo ucraino è tutt’altro che risolto ed è ormai andato ben oltre l’ostilità russa all’accordo tra Ucraina e UE.   Obama è evidentemente sotto pressione da parte della consistente comunità ucraina negli Stati Uniti e – quanto a Putin – l’Ucraina è storicamente una “costola” della vecchia Unione Sovietica: culturalmente, politicamente.

Di fatto, “L’Europa? Si fotta” della vice Ministro degli Esteri americana Victoria Nuland, è finito nel cestino.  E poco importa se il precario accordo favorito a Kiev dall’Europa è arrivato alla 24esima ora…

A margine, va notato che – ormai – l’Europa non è più divisa tra “buoni” e “cattivi” (soprattutto sul piano dell’ortodossia economica…) ma anche tra Paesi membri che i problemi – magari tardivamente – contribuiscono a risolverli e Paesi che li creano.  Il patetico caso dei Marò in cui l’inettitudine di più Governi italiani (nonché della comatosa ed arrogante Farnesina) è lì a dimostrare che l’Italia non sta soltanto affogando nella recessione ma costituisce – per incapacità politica – una sorta di parente “imbarazzante” all’interno dell’UE.  Alla fine – paradossalmente – non saremo noi a minacciare (sotto la pressione dei talebani leghisti ed altre forze reazionarie antieuropee) l’uscita dall’euro ed altre castronerie, ma verremo accompagnati alla porta.

Certo l’una e l’altra posizione sono puramente di fantasia ma confermano come l’Italia viva ormai in una “bolla” di isolamento economico, politico, culturale.   E non sarà il premier “in pectore” con le sue tonanti dichiarazioni (“tra poche ore chiudiamo”…) ad invertire questa ormai pluridecennale tendenza.  Ne diamo un dettaglio: dopo aver gettato lo stigma sull’inefficace ma competente Ministro Saccomanni (e coccolato l’ “indispensabile” Alfano) la scelta sarebbe ora per il più importante Dicastero del nuovo Gabinetto – e cioè l’Economia – tra un professore dell’Università padronale Bocconi (tal Tabellini) ed il nuovo Presidente dell’ISTAT Padoan, già capo degli economisti dell’OCSE.   E su chi cadrebbe la scelta?  Non su chi “conosce” direttamente il vasto mondo in cui siamo immersi, bensì – ancora una volta – per un accademico dell’Italietta.

Auguri.  Agli Ucraini prima di tutto. E poi a noi medesimi.

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