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07/02/2014

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1957-Present

Peccato.  La spasmodica attesa che aveva anticipato grandi aspettative intorno alla direzione odierna del PD è andata perduta: se ne riparlerà tra due settimane.  Cioè una volta ultimata la prima lettura parlamentare del famoso “Italicum” (= riforma epocale del sistema elettorale), ed anche – in strana coincidenza – l’Assemblea della Confindustria che si annuncia tempestosa se il Gabinetto Letta continuerà nella sua inerzia.   Anzi, il Presidente degli imprenditori privati, Squinzi, si riserva un appello a Napolitano.      Non si prevedono appelli dei quasi cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta e neppure di quelli tra loro che vedranno chiudersi per carenza di fondi le “mense dei poveri”.  Andranno digiuni sotto le pensiline delle stazioni, magari per sbirciare i treni superveloci dell’Ing. Moretti o quelli (competizione, competizione…) di Montezemolo e Della Valle.   Ne trarranno conforto.

E tuttavia sia Letta che Renzi hanno parlato: l’uno per dire che non gli basta “galleggiare” (e verrebbe da dirgli “allora abbandonati ai flutti liberatorii”), l’altro è esploso in un franco “giochiamo a carte scoperte” (ovvero è ricorso ad un antico espediente fiorentino).  Insomma per ora mettiamoli da parte.   Parliamo invece ancora una volta di economia, ma non di quella auto-ipnotica suscitata nel giovane Letta dai deserti d’Arabia.   Quella della FIAT che fa i bagagli (=soldi) e se ne va “insalutata ospite” da chi gli ha dato da mangiare per un secolo intero, quella dell’Electrolux che “richiama” il fattore lavoro (operai e tecnici, cioè “umani”)  alle compatibilità del mercato globale (che valgono anche all’interno della Europa comunitaria) e, soprattutto, vedere dove e come la storia è cominciata e se c’è ancora qualche possibilità di raddrizzarla e chi può farlo.

Il supertecnocrate Draghi della BCE l’ha detto: la politica monetaria è di fatto impotente con un tasso già allo 0,25. Senza contare che – a differenza della FED statunitense – non rientrerebbero tra i suoi obiettivi i “fondamentali” reali (tipo la disoccupazione).   D’altro canto “il cavallo non beve” come sa anche uno studente del primo anno d’economia e del resto che beve a fare quando ormai aspetta solo il colpo finale?  Piuttosto “bevono” le banche, ma per sé stesse… Discorsi da disfattisti, direbbe il Premier.

Il grave è che la propaganda (e auto-propaganda!) lettiana ha intensificato con esiti controproducenti le panzane: tipo Alitalia con Etihad vede aprirsi un “network” globale (e anche il servizio interno con “benefici” per i consumatori italiani), non viene “salvata” bensì rilancia: il tutto saltando il fatto che un’opportunità di internazionalizzazione (es. con  Air France e non solo) era stata ripetutamente rifiutata.  E prima ancora – molto prima – si erano chiuse tutte le rotte intercontinentali ove il vettore italiano poteva (e in parte ci riusciva) primeggiare: Australia e Oriente, America Latina, Canada: tutto abbandonato per andare in vacanza più volte al giorno tra New York e Miami (dove naturalmente la competizione ha spazzato via il vettore italiano).   Scelte “strategiche” lontane le cui conseguenze ancora si pagano.

Ad esempio, ora che Renzi proclama che il mondo ha “fame d’Italia” (anche fame fisica per i nostri “gioielli” gastronomici e quelli del suo amico Farinetti) dimentica le stentoree affermazioni di Romano Prodi sui panettoni che non dovevano essere prodotti dal settore pubblico.  E che doveva produrre? Forse l’acciaio come a Taranto?   “Colonnello non voglio pane, ma piombo per il mio fucile…” cantava il milite fascista quando andava a civilizzare la “Barbaria” (termine lettiano) e non a chiedergli l’elemosina.      Fin qui il folklore, simmetrico alla polemica Boldriniana sui “potenziali stupratori” ed i “pestaggi” di cui sarebbe vittima.   Polemica riservata strumentalmente a chi (lo si è già detto: in modi sguaiati) non è d’accordo con le sue procedure parlamentari tra sprezzante ed intimidatorio.

Fiat.  Qui grava un rispettoso ed un po’ attonito silenzio.  Certamente amareggiato, tenuto conto di una politica di “protezione” e di regali di Stato durata praticamente un secolo.  Ma questo succede ai finti ingenui che credevano e volevano far credere che lo sviluppo fosse materia di competenza degli imprenditori e non del Governo.   Bastava dar loro una mano e avrebbero fatto il bene di tutti.   Esattamente come Berlusconi…

Ma anche qui c’è una delle radici del crollo verticale della competitività italiana.  Insegnavano mezzo secolo fa i Giapponesi: la competitività comincia e si testa sul mercato interno tra tre o più produttori.    Dopodichè si affrontano i mercati esteri.  Sotto l’ “ombrello” di un Governo e di un Paese capaci di fare politica industriale (non regali ai “favoriti” di turno…).

Viceversa la formula italiana è quella dei monopoli (ora oligopoli) assistiti.   Privatizzazioni regalo e magari anche bonus d’incoraggiamento.   Esattamente la replica “macro” della meritocrazia “a rovescio” applicata alla mobilità sociale.     O a quel poco che ne resta in questa società imbalsamata.

Infine le politiche d’internazionalizzazione e di attrazione degli investimenti esteri, un tema su cui si dovrà ampiamente ritornare insieme a quello dei “compiti a casa” non fatti proprio quando ci si accinge a “giocare” il semestre di Presidenza UE a favore della nostra fuoriuscita dalla crisi….  Fantascienza, se si mettono a raffronto questi obiettivi obbligati con lo stato patetico non solo dell’iniziativa politica, ma anche del dibattito nazionale.

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