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06/02/2014

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“Caprichos” sono denominati alcuni lavori di Goya ed il termine denomina bizzarria, imprevedibilità, anche se si tratta di tavole circoscritte all’inappuntabile forma dell’acquaforte: e tra queste 80 incisioni la numero 43 è la celeberrima intitolata “Il sonno della ragione genera mostri”.   L’anno è il 1799, nel momento in cui il razionalismo illuminista del XVIII Secolo cede il passo al romanticismo e a tutti i fermenti irrazionali ci regaleranno due secoli di grande “progresso”, ma anche di indicibili orrori.

Stranezza vuole che il termine “capricci” sia stato “ripescato” dal Presidente Napolitano durante il suo viaggio al Parlamento europeo di Strasburgo (contrassegnato – come prevedibile – da un’ ineccepibile allocuzione classicamente europeista, ed anche da una stolida contestazione leghista, troppo facilmente perdonata): un “ripescaggio” culturale forse  solo casuale ma consapevolmente  destinato a fornire una ulteriore giustificazione ai due Gabinetti (Monti e Letta) che hanno contrassegnato l’ultimo triennio.

Secondo il Capo dello Stato, i due successivi “Governi del Presidente” che ha promosso ed insediato a cavallo della fine del suo primo mandato e all’indomani del suo (inusitato) secondo mandato, non sarebbero appunto “capricci” (“mostruosi” nella loro configurazione politica variamente allargata), bensì (semplificando al massimo) scelte necessitate vuoi dall’impasse politica che dalle urgenze della crisi.    Peccato – a voler essere franchi – che la crisi (soprattutto nei suoi dati strutturali, specificamente italiani) non sia stata fin qui modificata o neppure aggredita e che l’impasse politica sia ancora al centro del problema.   La prima richiede ben altro che l’elemosina degli sceicchi o l’ennesimo “salvataggio” dell’Alitalia e la seconda non sarà certo risolta da nuovi artifici tecnici (“italicum”) presentati come la grande riforma destinata a tranciare il nodo tra rappresentanza e governabilità.   Naturalmente privilegiando la seconda sulla prima e dimenticando che in democrazia una è il “prius” e l’altra si misura non sull’efficienza (ammesso che vi sia…) ma sul consenso.

Ovviamente non si vuole qui polemizzare sull’inaspettata e non richiesta precisazione diramata dal Capo dello Stato “urbi et orbi”, quanto rammentare che il cammino del risanamento e dell’apertura di una nuova prospettiva per il Paese non è neppure cominciata e che la rissosa pratica di cabotaggio tra leader vecchi e “nuovi” difficilmente si tradurrà in quell’inversione di tendenza che pure godrebbe di un’ampia maggioranza e che – viceversa – viene instancabilmente rifiutata in nome di un “continuismo” legittimista  palesemente senza sbocco.    Mentre si attende per oggi la Direzione del Partito Democratico che dovrebbe deliberare l’eventuale “staffetta” Renzi Letta, ovvero cesellare un’intesa (come implicherebbe l’esplicito sostegno del Capo dello Stato al Giovane Letta…) che salvi “capre e cavoli” in un ulteriore rinvio in attesa del messianico “semestre italiano” (e poi – magari chissà – dell’Expo 2015), si succedono scoppi periferici – e spesso pateticamente volgari – rispetto ai problemi reali.   Questi rimangono fuori vista, assorbiti sia dall’interminabile transizione del PD che dalla persistenza della saga berlusconiana.      Una saga ormai più bio-politica che di contenuti.

In breve.  Non saranno stati “capricci”, ma certamente all’apprezzamento dei mercati finanziari non corrisponde nessun consapevole consenso della larga maggioranza degli Italiani, di fatto lasciati soli e frastornati di fronte a scadenze e problemi da decenni lasciati a marcire.   Naturalmente in un mondo che non “sta” cambiando, ma è già cambiato e che – per noi – comporta ben altre “gatte da pelare” che il caso dei “due marò”.

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