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22/01/2014

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paperone

“In qualunque Paese a nord del Burkina Faso (alle porte dell’Africa sub-sahariana, ndr) uno come Berlusconi sarebbe in galera” e “la Ministra della Giustizia Cancellieri all’indomani dei suoi interventi a difesa di potenti amici in carcere sarebbe stata cacciata dall’incarico in qualunque Paese democratico”.  Affermazioni di un pericoloso sovversivo?  Nient’affatto: questi semplici concetti sono stati espressi ieri sera da Washington sugli schermi della nostra televisione di Stato da uno dei più conservatori commentatori statunitensi, il “falco” Edward Luttwakche non esitato a denunciare la dicotomia (più cerebrale che politica) che affligge irreparabilmente la classe dirigente (soprattutto i politici) italiana.

La pretesa – o la dichiarata aspirazione – ad essere annoverati tra i “normali” Paesi democratici, nel cuore dell’Europa non richiede per essere smontata le sofisticate – e correttissime – analisi di una Barbara Spinelli (oggi impegnata su “Repubblica”, il giornale che la ospita e al tempo stesso l’addita al ludibrio, a smontare la doppia panzana della pacificazione e della governabilità che si riducono semplicemente alla pervicace pretesa di un “comando oligarchico non prigioniero delle troppo frammentate volontà cittadine”…): è più che sufficiente la schematica irritazione di un osservatore stufo di un interlocutore che mistifica ed inganna – per primi – i propri concittadini e poi ci prova – invano – con il resto del mondo.

Un esempiuccio: Berlusconi può autodefinirsi (anche nei papelli dei suoi legali) come uno “statista”, ma nessuno ci ha mai creduto in nessun Paese del mondo.   In Italia sì.   E soprattutto in quell’Italia della politica “politicante” che ha ritenuto – per varie ragioni tutte deplorevoli ed oltre ogni ragionevole aspettativa – di farne un avversario “di comodo” capace di legittimare gli “altri” come alternativa, di più come unica seria possibilità di governo.     Una farsa iniziata oltre un ventennio fa e che ormai costituisce l’unica surroga ad un vuoto programmatico, ideale ed intellettuale da far paura.  E così forte da bloccare qualunque rinnovamento istituzionale, politico e sociale in un Paese in permanente “marcia indietro”.

L’alibi della forza elettorale del “demiurgo de noantri”, è del tutto inconsistente perché ne sono false le premesse di legittimità e radicamento del medesimo.  I suoi non sono partiti (per quanto bassa possa essere la considerazione della consistenza dei medesimi) bensì efficienti “bracci armati” della sua influenza personale (in tutti i sensi, incluso quello dell’arricchimento) nella politica.  Una volta accettato il “Forza Italia” tutto è stato possibile per più di un ventennio.  Ed ancora oggi lo è.  Così si negozia con il Caimano e si spingono ai margini movimenti ed astenuti.

Non solo, se da una parte c’è “Il Presidente”, dall’altra il Partito democratico si è auto-ridotto alla “Ditta” bersaniana.   Salvo poi andare a cercare col lanternino qualche motivazione che rimpiazzi alla meno peggio il “corpus” comunista.   Infatti, sempre per restare nel “rozzo schematismo” alla Luttwak, il 1994 berlusconiano coincide temporalmente con l’obnubilazione indotta dai fatti del 1989 nella classe dirigente della sinistra italiana.  Obnubilazione, non soprassalto di riflessione sulle ragioni della “sinistra” (leggasi le pagine di Bobbio…) fino al punto di accomodarsi all’interno di un pensiero neo-liberista proprio quando questo entrava in crisi.      Da questo stato d’animo non poteva scaturire altro che la fascinazione per le efficaci fanfaluche di un imprenditore assai dubbio dipintosi come alfiere della “rivoluzione liberale”.      Quanto poi a questa basta una “giornata da italiano” per capire quanto il sedimento borbonico, cementato da farsaismo piemontese-sabaudo, iniettato di socialismo reale ne abbia fatto facilmente polpette (esattamente come prevedeva il “liberale” Berlusconi).

In uno scenario pur così sommariamente tratteggiato nulla potrà sorprenderci nelle settimane a venire ed il “pivot” della vicenda resterà conficcato dentro il PD, “sviluppatosi” in mezzo secolo dall’entusiastica approvazione dei carri armati sovietici a Budapest fino alla “profonda sintonia” registrata nei colloqui del Nazareno.      A meno naturalmente di non accettare la mano soccorrevole del furbetto Alfano che ancora ieri invitava i due “Grandi” a lasciare ai cittadini almeno la scelta di quale candidato votare (preferenze).  E’ questo tutto quello che resta?   E, soprattutto, l’amnesia storica costruita da Berlusconi e mutuata dal gruppo dirigente del PD (vecchio e nuovo) sarà sufficiente a mantenere l’anestesia nazionale?

Ed intanto – mentre si apre il vertice “plutocratico” di Davos ci pensa Papa Bergoglio a ricordare pubblicamente che, se meno di cento Paperoni (tre – o più – italiani) posseggono metà della ricchezza mondiale (proprio così!), forse c’è qualcosa che non funziona nel meccanismo globale.     Se ne accorgeranno anche nel decisionista PD renziano?

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