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01/01/2014

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“La sfida all’Ok Corral” è stata ancora una volta rinviata: la concitata vigilia del Discorso di Capodanno del Capo dello Stato che era stata preceduta da un lato da voci di dimissioni imminenti dello stesso Napolitano e, dall’altro, da dichiarazioni quanto mai violente di Grillo sia sullo stesso Presidente che – sopra tutto – sulla nomenklatura politica (alla quale si augurava un’ “Ultima Cena”…) si è risolta in una sorta di “rivediamoci dopo le Feste”.  E, naturalmente, non c’è stato nessun annuncio-bomba di un ritiro di Napolitano, il quale ha viceversa ribadito che resterà fino a che ci sarà bisogno di un suo ruolo che eserciterà finché potrà e senza cedere ad attacchi ed “insinuazioni calunniose”.

Novità del discorso più che sui contenuti (“coraggio, sacrifici, fiducia, ripresa, nazione” indirizzati ai cittadini e garbate rampogne e nuove sollecitazioni rivolte ad una classe politica ancora una volta di fatto rilegittimata come interlocutore possibile e dunque credibile del cambiamento e specificamente della riforma elettorale), vi è stato un inusuale tentativo di portare alla ribalta l’opinione di italiani “comuni”.   La lettura di vari messaggi a lui pervenuti doveva servire ad un collegamento con la società civile da rassicurare: purtroppo la replica presidenziale alle letterine di Natale” dei “quidam de populo” all’uopo selezionati (disoccupati, esodati, giovani con poche speranze ed ancor meno certezze) non è uscita  dai binari di una rigida, ancorché volutamente bonaria, istituzionalità.   Ancora una volta niente a che vedere con l’”intimità” che lega il Capo dello Stato ai suoi (ex) colleghi della politica “politicante”.

In sintesi, un sottotono – magari rassicurante – che di fatto ha esaltato soltanto il Giovane Letta che vi ha visto garanzie per il proprio “panettone” del 2014.

Quanto all’autoproclamato antagonista (almeno nei tempi sui media) Grillo, questi ha fatto sfoggio di un certo “bon ton” assai apprezzabile.  Purtroppo anche qui i contenuti brillavano ben poco concentrati come erano sulla revisione referendaria dell’euro. Un tema questo che salta a piè pari i due punti che – viceversa – dovrebbero essere al centro del dibattito elettorale europeo: il primo consiste nell’evidenza che – fuori dell’Europa – l’Italia uscirebbe dai processi di globalizzazione ed integrazione cancellando la – forse unica – eredità positiva della leadership democristiana della Prima Repubblica, il secondo – stante l’evidente e provata  inadeguatezza della politica nazionale – ci priverebbe del nostro naturale “ancoraggio”.  Un ancoraggio senza il quale la caduta potrebbe essere “libera”.  Altro discorso è quello di rivedere il “come” stare in Europa, ma certo non in nome di una “nazione” che risponde tanto ad una nozione storicamente obsoleta, che ad un fallimento storico (nostro, degli Italiani) con cui – prima o poi – toccherà fare i conti.   Va peraltro aggiunto che la “centralità” dell’Europa non manca mai nei testi del Presidente Napolitano.

In sintesi e a nostro avviso, piuttosto tradizionali ed anchilosati i contenuti dell’allocuzione di Capodanno presidenziale, ma “fuori tema” quella di Grillo… Il che ci porta – ancora una volta – se non altro per coincidenza temporale ed ubicazione – al Primo dell’Anno” di Papa Bergoglio, reduce delle incoronazioni mediatiche globali e, perfino,  di quella odierna dell’Arcivescovo di Canterbury  che lo ha “riconfermato” uomo dell’anno.   Celebrando la Giornata mondiale della Pace (istituita nel 1968 da Papa Paolo VI Montini), Papa  Francesco ha ancora una volta evitato la vuota ritualità celebrativa e si è concentrato sulle interconnessioni tra pace, fraternità per la via di una società nazionale ed internazionale più giusta e solidale.

E – perché no – dell’estensione di tali valori alla sfera personale e familiare.   Infine, rivolto per il tramite  del Presidente Napolitano a tutti gli gli Italiani, li ha invitati alla “fiducia e alla speranza”.  Grazie.

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