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18/10/2012
rampini

Federico Rampini “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso!”. Laterza 2012

Per lunghi anni Rampini ci aveva abituato, dall’Asia, ma anche dagli Stati Uniti, ed in
generale dall’economia globalizzata, a ricevere informati, puntuali e – talora – anticipatori
(soprattutto rispetto ad un’opinione pubblica non solo provinciale ma anche semicieca);
questa volta ci sorprende con un volumetto che non solo ci libera da fastidiosi slogan imposti
dall’industria editoriale e dall’ignoranza diffusa nei media, quale l’intruppamento di Cina ed
India nell’orribile ed insulso “Cindia”), ma soprattutto riporta l’attuale dibattito sull’austerità
sul terreno della logica, della storia e – perché no? – del buon senso. Il tutto senza affatto
dimenticare la sua specialità: l’economia.

Usando sé stesso e la propria diretta intelligente esperienza in tutti i Paesi e Continenti
coinvolti in epocali cambiamenti (Stati Uniti, Europa, Asia) come una sorta di “test case” e di
verifica della congruità delle risposte politiche, Rampini inizia pragmaticamente a riempire
i buchi e rispondere agli interrogativi sollevati quasi quotidianamente dal Nobel d’economia
Krugman e fin qui rimasti con assai limitate risposte. O meglio con le sole risposte che
l’economia stessa consente.

Rampini torna alle premesse su cui si fonda il tema dell’austerità, mette a raffronto il
modello “di sviluppo” (virgolette sue) statunitense e la sua noncuranza delle sofferenze
umane che comporta (i pochi contro i molti) e quello del “welfare” europeo in cui – fino ad ora
– i cittadini, le persone hanno avuto ruolo e dignità e l’essere “fattori della produzione” non ha
mai cancellato un più ampio e tutelato ruolo nella società, ma anche nell’economia.

Rampini fa di più ed entra nel dettaglio smontando quel mostruoso paradigma Marchionne
in cui (fideistico primato del sistema nord-americano a parte) l’unica logica non è quella
di estendere diritti e salvaguardie bensì ridurre interi Paesi alle condizioni attuali dei
Paesi emergenti (Cina in primo luogo). Anche ammettendo che economicamente ciò possa
funzionare, il risultato finale sarebbe portare l’Europa indietro e non la Cina avanti.

Di più, quando la “Cina si sveglierà” – definitivamente – coniugando l’economia con la
democratizzazione politica (sia pure con caratteristiche proprie) l’Italia e l’Europa sarebbero
regredite di almeno un paio di centinaia di anni. Che qualcuno lo desideri è manifesto, che
tutti lo accettino è dubbio.

Intendiamoci. Il libro non è un’abiura e forse neppure una svolta radicale, ma è forse di più:
un pacato richiamo alla ragione e, forse, un ammonimento a chi dovrebbe difendere la nostra
civiltà e le sue conquiste.

Leggetelo.

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