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22/11/2013
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Federico Rampini: “Banchieri”- “storie dal nuovo banditismo globale”, Mondadori 2013

Con questo nuovo, assai documentato lavoro Rampini sembra aver abbandonato definitivamente il filone asiatico (India, Cina) e in generale la dislocazione epocale dei centri dell’economia mondiale. Ed invece approfondisce l’analisi dell’impasse dell’economia sviluppata (Stati Uniti, Europa).

Nella sua analisi esplora similitudini e differenze nelle reazioni di Stati Uniti ed Europa alla crisi esplosa nel 2008 e che tuttora dispiega i propri effetti depressivi.

Entrambe le rive dell’Atlantico registrano un incremento degli squilibri strutturali nell’economia delle rispettive società: in entrambe le aree si è accresciuto lo squilibrio dei redditi la cui piramide è diventata sempre più allungata e sempre più stretta in cima. Con innumerevoli dati Rampini mostra il sempre crescente predominio dell’1% e ancor più dei plutocrati dello 0,1%. Spiega anche come questa minoranza privilegiata goda anche di una sostanziale immunità fiscale; corollario è la crescente sparizione del ceto medio.

Se tutto ciò è vero tanto negli Stati Uniti che in Europa i primi registrano però che – grazie soprattutto ai poteri e alla lungimirante azione della Federal Bank -  una sostanziale diminuzione della disoccupazione. Questa rimane in Europa (oltre a un evidente malessere sociale) un problema apparentemente inconciliabile con le politiche di austerità. Ed anzi è in continua crescita (esempio l’Italia): ciò non può stupire considerata la contraddizione tra la moneta unica e la mancata convergenza delle politiche economiche nazionali. Senza contare i danni provocati dalla paralisi del processo di unificazione europeo.

Se l’analisi è inoppugnabile, la “terapia” suggerita (start-up giovanili, ripristino delle leggi e dei cntrolli bancari interni ed internazionali,  ritorno ai mestieri, etc. etc…) appare forzatamente inadeguata.

Sembra “sfuggire” a Rampini come a Krugman che la crisi e la nefasta superfetazione dell’economia finanziaria rispetto agli andamenti di quella reale abbiano le loro radici profonde in una crisi politica globale che ha rinunciato a gestire propositivamente e nella direzione di una gestione concentrativa dell’economia internazionale post 1989.

In fondo la criticata teoria della “fine della storia” è stata di fatto utilizzata come un parametro politico comportamentale. Di qui la crisi del multilateralismo, della cooperazione ed integrazione internazionale (globale e regionale), di qui la sostanziale noncuranza per gli squilibri economico-sociali. Di fatto, più che una paralisi, una marcia indietro.

Ma infine va riconosciuto all’interessante libro di Rampini il merito di considerare la partita ancora aperta e di fornirne senza stancarsi gli indispensabili ed oggettivi elementi conoscitivi.

Leggetelo, usatelo.

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