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20/06/2013
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Fabrizio Saccomanni

Fabrizio Saccomanni, già Direttore Generale della Banca d’Italia (dal 206), ha assunto – alla costituzione del Gabinetto presieduto da Letta, il “giovane” – la carica di Ministro dell’Economia e Finanze che già fu (nel Gabinetto del “desaparecido” Prof Monti) appannaggio   dell’elegante – e un po’ sinistro – Vittorio Grilli: in breve, un volto umano per un compito già disumano di suo e – in più – reso quasi impossibile da pretesa “sintesi” delle due linee della politica economica nazionale.

Da questo punto di vista, l’apparentemente bonario Saccomanni, è l’uomo giusto al posto giusto: oltre quarant’anni (dal 1967) in Banca d’Italia nella più piena ortodossia, ma con qualche tocco di imprevedibilità e vivacità.  Un aneddoto per tutti: all’epoca delle svalutazioni a catena della lira risulta dalle cronache che – in un cruciale week end degli anni ‘80 di variazione del tasso di cambio lira/dollaro – il Nostro cogliesse l’occasione per impartire una “lezioncina” all’ENI e alla sua mancanza di rispetto per Via Nazionale.   L’ENI aveva infatti impartito istruzioni per una raccolta di valuta necessaria per pagare ordinativi di petrolio e la valuta andava acquistata – come si dice – “al meglio”.   In quel fine di settimana di “imprevista” svalutazione.  Così, mentre l’arrogante staff dell’ENI era “al mare” il “meglio” si tramutò in un super-peggio. Ma il “soldato” Saccomanni si attenne alle istruzioni di riservatezza e l’azienda pubblica buttò un sacco di soldi. .   Come si dice, “colpirne uno per educarne cento”.

Per il resto, il curriculum di questo – tutto sommato – uomo “d’apparato” presenta ben poche sorprese: laurea in Bocconi (“tempio” dell’economia “padronale”, passaggi nelle Università statunitensi e nelle Istituzioni Finanziarie multilaterali): il tutto nell’ambito di un’ortodossia di fondo destinata a “proteggerlo” in un ambiente il cui rigore attiene più al mito che alla realtà (meglio: i “rigoristi” sono perfino finiti in galera come Baffi e Sarcinelli, mentre gli “altri” l’hanno praticamente scampata come il famigerato madonnista ciociaro Fazio).

Naturalmente per non parlare del “geniale” ricorso a questa “riserva della Repubblica” inaugurato (quasi felicemente) con Ciampi, temprato con Dini, proiettato a livello internazionale con Draghi.  Peccato che la nostra Banca Centrale più che un tempio del rigore sia un’espressione massima del carattere “controriformista” del Paese: come dimenticare i tuoni contro la “scala mobile” per i lavoratori dipendenti  e l’adozione di una super-indicizzazione per sé medesimi.    Ma non va dimenticato che l’Italia ha inventato le competenze “presunte”, il magico ed autarchico surrogato del valore incontestato e del merito reale.

E non va dimenticato il ruolo “ideologico” – e politico nel senso deteriore del termine – in operazioni economiche che ancor oggi paghiamo quali le “privatizzazioni”….   Con il memorabile scontro Ciampi Sarcinelli sulla Banca nazionale del Lavoro (BNL), “sparita” dal patrimonio pubblico dopo un secolo.    Ma questa è un’altra storia…

E, così, finalmente Saccomanni è salito al vertice, non privandosi neppure di un’onorificenza culturale (tra le tante “di servizio”) ovvero la pubblicazione (nel 2002) del volume “Tigri globali, domatori nazionali” incentrato sul rapporto (allora non ancora esploso) tra la finanza globalizzata e le autorità monetarie nazionali.   De te fabula narratur.

 

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