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Redazione - 07/12/2012

Essere e avere ad Hanoi

da Hanoi Giovanni Rastrelli

 

Hanh una cameriera di diciassette anni che lavora in un ristorante vietnamita per occidentali vicino a casa mia. Come ogni volta, varcata la soglia di un ristorante per occidentali, trovi sempre una giovane ragazza che ti accoglie con un sorrisone e ti fa accomodare riempiendoti di attenzioni. Non sono un cliente abituale di questo piccolo ristorante ma qualche volta mi servo del loro servizio takeaway, di sera, quando ahimè decido di cenare tardi limitando notevolmente le possibilità a mia disposizione per la cena, poiché solo pochi ristoranti per occidentali sono aperti fino a tardi. Seduto al bancone, aspettando la mia carne saltata con verdure e riso, ho avuto la possibilità di conoscere un po’ la vita di questa ragazza dallo sguardo dolce. Hanh è una ragazzina magrissima quasi scheletrica, con un bel sorriso che mostra un sovrapporsi scomposto di denti e due piccoli ochietti neri intelligenti che ti guardano pieni di curiosità. Hanh parla un inglese stentato ma ha tanta voglia di comunicare. Dopo avermi versato con garbo, un tè verde con ghiaccio mi racconta che frequenta ancora la scuola, e con un po’ d’imbarazzo mi dice che studia agricoltura come se fosse una cosa di cui vergognarsi. Per metterla a suo agio le dico che anch’io ho studiato agricoltura, che in Italia vivo in campagna e che ho un orto. Lei mi guarda incredula e sbalordita come se fosse strano pensare che qualcuno nella parte “ricca” del mondo guardi con entusiasmo all’agricoltura e apprezzi la vita di campagna.

Continuo a farle domande e scopro che vive non molto lontano da lì, in una stradina dietro il mercato dei fiori, e che lavora in questo ristorante otto ore il giorno. Mi riesce difficile capire come possa andare a scuola, studiare e lavorare così tanto. Le chiedo di raccontarmi la sua giornata tipo.

Hanh si sveglia alle 5:30 del mattino, prende un autobus che dopo circa un’ora la lascia davanti a scuola. Alle 7 inizia le lezioni fino alle 13. Poi torna a casa, mangia e alle 15 attacca a lavorare al ristorante fino alle 11 di sera. Mezz’ora di bicicletta per tornare a casa e finalmente si può buttare a letto. Mi dice con un grande sorriso che vorrebbe dormire un po’ di più perché durante il giorno si sente stanca. Le domando ancora se il lavoro nel ristorante è pesante e cosa vorrebbe fare una volta finita la scuola. Mi dice che vorrebbe lavorare in agricoltura, quello per cui sta studiando e che spera di mettere da parte abbastanza soldi per comprare un morotino, magari bello come il mio, quello con cui mi ha visto arrivare. Finalmente arriva la mia cena e con un grande sorriso mi porge il mio resto con due mani, in segno di rispetto, augurandomi una buona serata. La saluto ed esco.

Arrivato a casa, non riesco a godermi la cena, sono turbato dalla conversazione appena avuta e incredulo di aver pagato la cena, l’equivalente di tre pasti comprati alle piccole bancarelle che affilano le strade di Hanoi senza però guadagnarne né in qualità né in quantità.

Ho passato la sera a pensare, nella mia comoda casa, alla differenza di opportunità, alla determinazione e alla forza che dimostra questa ragazza.

Ripercorro brevemente la mia vita e penso a quanto volte ho sprecato il mio tempo e a quante volte ho rinunciato a qualcosa per paura di durare fatica. Penso anche a quanto la maggior parte dei miei problemi siano futili in confronto a quelli della stragrande maggioranza dell’umanità.

Ma ancor di più mi sono avvilito nel realizzare il motivo degli sforzi e delle fatiche di Hanh e di milioni di suoi coetanei: comprare, apparire.

Questa forse è una delle cose che mi turba di più, come leggere che operai cinesi arrivano alla malnutrizione per risparmiare a sufficienza e comprarsi un Iphone. Cerco di consolarmi pensando che in fondo Hanh vuole un motorino che è sicuramente più utile di uno smartphone.

I modelli di consumo che esportiamo e che esasperiamo sono forse una delle tragedie più grandi cui ho potuto assistere durante la mia permanenza in Asia, frutto di un modello di sviluppo che evidenzia sempre di più le sue contraddizioni e la sua insostenibilità. Le tradizioni, la cultura, il socialismo troppo spesso sono abbandonati, spazzati via nel nome di un nuovo e di un moderno sempre più basato sull’ostentare la ricchezza materiale. L’esperienza socialista, ormai ridotta prevalentemente a simboli, a vuoti rituali è completamente dimenticata, ribaltata sopratutto nel suo tentativo di creare un’alternativa di massa in grado di “liberare l’umanità’dal egoismo e dalla brama di successo” citando l’interpretazione che Erich Fromm dà del socialismo in Essere o Avere. Si cancellano anni di propaganda anti occidentale, anti imperialista e contro il consumismo. Anzi molto spesso si usa la vecchia propaganda o la sua grafica vintage per promuovere cellulari, macchine e motorini di famose firme occidentali.

Mai come in questi paesi ci si rende conto come noi occidentali esportiamo di proposito il peggio delle nostre società, sia con i processi produttivi, sia attraverso modelli culturali e di consumo. Abbiamo esportato con sbalorditivo successo e rapidità il modello del consumatore che più si addice al nostro sistema economico che Erich Fromm, individua nella semplice ma altrettanto significativa equazione “Io sono= ciò che ho e ciò che consumo”. Come se, poi, questa fosse la risposta o la soluzione alla profonda crisi sociale, economica e culturale che stiamo attraversando in questi anni.

Un dovere che abbiamo nei nostri e nei loro confronti è forse cercare di svelare l’inganno che si cela dietro il desiderio l’ultimo modello di Vespa o l’ultimo Iphone, nel considerare orari e condizioni di lavoro bestiali una tassa “naturale” da pagare per raggiungere un benessere futuro o permettere che tutto possa essere fatto o distrutto nella logica del profitto.

Credo che si possa imparare molto dalla semplicità, dall’umiltà’ di ragazzi e ragazze come hanh. Queste esperienze di vita ci possono aiutare a ridimensionare i nostri problemi, ansie e frustrazioni, a capire cosa è o non è veramente importante, indispensabile e magari a cercare, ognuno a suo modo, di cambiare in meglio la nostra società. Mi sono riproposto di non mangiare più nel ristorante di Hanh, anche se probabilmente, tornerò prima di partire a salutarla, con una frase di circostanza le augurerò buona fortuna, con l’intenzione di dirle mille cose ma senza avere il coraggio per farlo.