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Redazione - 04/04/2013

Dopo Obama tutto come prima in Medio Oriente?

Di Immanuel

La missione di Obama in Israele, Cisgiordania, Giordania si consuma  in poco più di  due giornate, alla fine di marzo. Una incursione più che una visita di stato, tanto per rendersi conto dappresso della situazione regionale dopo il voto ONU sullo status della Palestina, la decisione d’Israele di dare il via a nuove costruzioni nei Territori, la formazione del Governo Netanyahu bis. Ai giovani di Gerusalemme  il Presidente pronuncia il discorso con cui ritrova i felici accenti che caratterizzarono quello del Cairo durante il primo mandato. Il messaggio essenziale è di guardare gli eventi cogli occhi dei Palestinesi. Un invito a immedesimarsi nell’altro per cercare di comprenderne le pulsioni e le esigenze. Molti anni sono passati e molti fatti sono accaduti dopo gli accordi di Oslo perché un discorso, per quanto alto, possa rianimare un processo di pace moribondo cui nessuno alla fine sinceramente crede se non per petizione di principio. Gli stessi Americani, ai quali ambedue le parti riconoscono il ruolo pressoché unico di mallevadore della pace, stentano a credere nella buona volontà degli uni e degli altri e neppure  avanzano l’ennesimo piano. Registrano l’esistente e sperano nel colpo d’ala di una svolta, quale che sia.

David Grossman, che di emozioni letterarie s’intende, commenta l’insieme del discorso di Obama come un mettere gli Israeliani “di fronte a uno specchio, specie coloro che preferiscono non vedere che per quanto democratico sia il nostro paese, nei Territori palestinesi occupati manteniamo un regime che si avvicina molto a quello dell’Apartheid”. A quel regime fanno pure riferimento alcune denunce pervenute al Consiglio dei Diritti Umani, che al solito ha difficoltà a gestirle per non urtare certe suscettibilità aggravando il solco che separa gli Stati Uniti da certe istanze ONU.

Dalla visita mediorientale il Presidente ricava impressioni su alcuni punti sensibili da segnare nella sua agenda e che il Segretario di Stato è subito chiamato ad approfondire. Il rapporto di Israele con la Palestina, che la comunità internazionale vede fatalmente come stato affiancato allo Stato d’Israele. La difesa d’Israele dalle minacce esterne,  grazie all’incrollabile alleanza cogli Stati Uniti. L’invito ai Palestinesi a non porre troppe precondizioni alla ripresa delle trattative, se e quando riprenderanno in maniera efficace. Il riconoscimento alla Giordania dello sforzo umanitario ad accogliere i profughi dalla Siria, dopo aver accolto  quelli d’Iraq. La Siria del dopo  Assad, dando per scontato che il regime prima o poi cadrà. La normalizzazione dei rapporti d’Israele con la Turchia dopo le scuse di Netanyahu a Erdogan per  l’assalto (nel 2010) alla nave turca Mavi Marmara.

L’ultimo punto era, alla vigilia,  il meno scontato perché si trattava di superare la ritrosia del Primo Ministro d’Israele a riconoscere quello che, nella più benevola interpretazione, si può classificare come eccessivo uso della forza  nei confronti di un paese  amico come la Turchia. L’orgoglio israeliano si scontrava con la suscettibilità della Turchia, il cui Ambasciatore a Tel Aviv – narrano gli annali diplomatici – subì l’affronto di essere fatto accomodare su una sedia più bassa di quella del suo interlocutore. L’interlocutore dell’epoca era il Sottosegretario agli Esteri Danny Ayalon, non confermato nell’incarico in seno al presente Gabinetto Netanyahu.

Obama conferma in Medio Oriente di sapere governare le emozioni dell’uditorio. Ora si tratta di governare i processi per dare sostanza a quelle emozioni. E’ impresa ardua in cui altri due Presidenti democratici come Carter e Clinton si cimentarono con risultati solo in parte soddisfacenti. Obama ha meno di quattro anni davanti per entrare nella storia del processo di pace.