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Redazione - 29/10/2012

Democrazia reale, inclusione sociale e sviluppo in America Latina.

Poco più di trent’anni fa solo tre paesi latinoamericani godevano di regimi democratici con

processi elettorali liberi, pluralisti e trasparenti: Colombia, Costa Rica e Venezuela.

A partire dagli anni ottanta, si é invece assistito al progressivo ripristino dei regimi costituzionali con una diffusione senza precedenti della democrazia.

Il successo elettorale di un ampio spettro di forze progressiste, dal “caudillismo” antimperialista più radicale alla socialdemocrazia più moderata ed istituzionale, ha riacceso il dibattito sul futuro del continente, con una discussione non più incentrata, come in passato, sulla dicotomia tra democrazia o autoritarismo, tra democrazia formale e democrazia reale ma sull’ampliamento della qualità della democrazia, l’estensione della libertà e l’equilibrio tra democrazia e sviluppo.

 

Mentre la crisi economica mondiale dovrà indurre, in un futuro non troppo lontano , a una serie di ripensamenti sul modello economico in vigore nei paesi sviluppati – che da anni ormai finanziano il mantenimento dei propri livelli di benessere e consumo attraverso l’indebitamento, essendo sostanzialmente venuto a mancare il contributo fornito dalla crescita del prodotto interno lordo – il Sud America appare oggi come una delle regioni maggiormente in crescita, con grandi passi in avanti nel campo dei diritti, una sostanziale stabilità politica ed un consolidamento dei progressi economici destinati a ridurre la povertà endemica e a promuovere significative riduzioni delle disuguaglianze sociali

 

Brasile e Cile, in particolare, stanno uscendo velocemente dalla condizione di “paesi in via di sviluppo” per ambire a diventare potenze globali o comunque attori molto dinamici sulla scena internazionale.

Il Brasile è ormai al sesto posto mondiale per quanto riguarda il  PIL ed è di gran lunga il paese più grande e importante del “Cono Sur”, non solo in termini economici e politici ma anche demografici e strategici. Nonostante il rallentamento registrato a partire dal terzo trimestre del 2011, le prospettive di crescita del paese rimangono fortemente positive grazie a un mercato interno enorme la cui domanda è in continua espansione per l’allargamento della classe media (aumentata di circa 40 milioni di unità nell’ultimo decennio).  Il debito pubblico è attestato intorno al 55% del PIL ed il paese può vantare un surplus di bilancio del 2,9% (dati del 2010). L’esposizione totale sull’estero è misurata in un 90,4% del PIL (contro una media dei paesi Ue del 527,2%) e le riserve di valuta straniera, ammontano ad oltre 288 miliardi di dollari americani, facendone uno dei principali detentori mondiali.

Durante i due mandati di Ignacio “Lula” da Silva, il Brasile ha realizzato ambiziosi programmi di lotta alla povertà ed il salario minimo è cresciuto di oltre il 25% ; sono state investite ingenti risorse pubbliche per consentire a 11 milioni di famiglie indigenti di poter contare su un reddito mensile di almeno 50 dollari; il tasso complessivo di povertà è diminuito di oltre il 20% senza alcun utilizzo esasperato del “deficit spending” e mantenendo un grande rigore di bilancio. Tutto ciò ha definitivamente consolidato il colosso sudamericano come prima potenza regionale ed asse portante del riformismo moderato del continente.

Fortemente indicativo è il ruolo crescente che il Brasile riveste in seno al FMI, dove in anni recenti una nuova sottoscrizione di quote (misurate nei cosiddetti “diritti speciali di prelievo”) ne ha aumentato straordinariamente il peso, rendendolo un creditore netto e non più debitore. Se il Fondo dovesse aumentare il proprio ruolo d’intervento, tutela e controllo nei confronti dei bilanci dissestati dei paesi dell’Eurozona, si potrebbero delineare in futuro scenari opposti rispetto a quelli caratteristici degli anni Ottanta e Novanta, quando sotto l’ombrello dei principi del cosiddetto “Washington Consensus”, erano gli Usa e gli Stati più sviluppati a dettare le condizioni a quelli in via di sviluppo per il risanamento dei propri conti pubblici.

 

Come l’Impero di Carlo V, anche il consenso di Washington è entrato in crisi e, a partire dal 2000,  si sono imposti altri modelli che, seppure con notevoli differenze e contraddizioni, hanno nel complesso trovato una via di sviluppo diversa e di successo.

Anche il Cile è un caso virtuoso: sebbene la propria economia non possa ovviamente competere in termini assoluti con quella brasiliana, il paese andino è stato il primo della regione ad essere ammesso nell’Ocse. Il suo rapporto debito/PIL è incredibilmente basso (ammonta ad appena il 9,2%)  mentre nel 2010 il bilancio ha chiuso con un deficit dello 0,3%; (va tenuto conto al riguardo dell’impatto del  terribile terremoto del gennaio 2010, che tuttavia non ha impedito all’economia di continuare a crescere).

Meno virtuoso il caso dell’Argentina la cui capacità di leadership come “global player” appare messa in discussione da alcuni fattori specifici. Lo sviluppo di Buenos Aires, che peraltro fa parte del gruppo del G-20, è stato negli ultimi dieci anni decisamente impetuoso ma la politica economica dei governi Kirchner non si è mostrata particolarmente lungimirante nel fornire al paese le basi per uno sviluppo stabile e duraturo. Il debito pubblico è ancora elevato mentre  appare per contro molto basso livello degli investimenti esteri. Questi ultimi rappresentano appena il 22% del prodotto interno lordo e la proporzione sul totale dell’esposizione complessiva nell’ultimo decennio è addirittura diminuita, in controtendenza rispetto agli altri paesi della zona. L’Argentina inoltre non ha ancora ricominciato a godere della fiducia da parte dei mercati internazionali. Per questi motivi, la sua ascesa geopolitica e geoeconomica è al momento rimandata.

Un dato molto interessante nel panorama continentale riguarda la crescita economica dei paesi minori: in base ai dati CEPAL del 2011, Panama è cresciuta del 10,5%, grazie a numerosi progetti di infrastruttura pubblica come l’ampliamento del canale, il risanamento della baia, la metro della capitale, tra gli altri;  l’Ecuador è passato dal +3,6% del 2010 al +8% del 2011, grazie alla domanda interna, il cui principale motore è la forte spesa pubblica”; il Perù è cresciuto del 7%, spinto tanto dalla domanda interna – in particolare del consumo e dell’investimento privato – come da quella esterna.

Da un punto di vista più strettamente politico-istituzionale va osservato che i processi di consolidamento delle recenti democrazie appaiono in alcuni casi ancora fragili e precari, con una notevole varietà di condizioni geografiche, storiche e socio-economiche, ma i percorsi politici in atto e le possibilità di successo democratico vanno analizzate nel loro complesso e con molta attenzione. Non sembra infatti un caso che la democrazia, la crescita con equità e la coesione sociale si sviluppino in un contesto nuovo che,  pur con notevoli differenze tra i vari paesi, presenta quale condizione essenziale, il rafforzamento dello Stato, delle istituzioni democratiche e dei partiti politici.

 

Fino a non molti anni fa, si continuava a credere che lo sviluppo economico e sociale fosse possibile anche in un contesto  istituzionale povero, in assenza di regole chiare ed applicabili. Il peso schiacciante dell’esperienza dimostra invece che lo sviluppo è impossibile senza un impegno istituzionale adeguato (interessantissimo in proposito il lavoro monumentale “Why Nations Fail” degli accademici americani Daron Acemoglu del MIT e James A. Robinson dell’università di Harvard).

Una delle grandi falsità storico-politiche in America Latina è infatti quella che sia possibile (o addirittura auspicabile) sviluppare una sorta di democrazia “a la carte” o un sistema di libertà peculiare, basato sulla eccezionalità di alcuni contesti geografici, culturali e socio-economici. Molto spesso queste giustificazioni non sono altro che commedie per nascondere una vocazione populista, oppressiva o autoritaria mentre, oggi più che mai, le regole della democrazia non possono che apparire universali, con degli indici misurabili di libertà e civiltà politica: qualsiasi paese può in sostanza essere considerato con sufficiente approssimazione, più o meno democratico a seconda di quanto si avvicini o si allontani da tali indici. Ciò appare sicuramente utile a tutte le democrazie, anzi, il loro futuro potrebbe proprio dipendere dal saper mettere insieme tutte le esperienze democratiche del mondo, ormai confrontabili “in tempo reale”, affinché le une imparino dalle altre.

Secondo alcuni politologi una differenza basilare tra democrazia e autoritarismo risiederebbe nel fatto che – nella prima – l’incertezza circa il corso del processo decisionale politico appare molto evidente. Tale incertezza, determinerebbe la mancata adesione ad un’immutabile posizione aprioristica, sostituendosi – ai fini della legittimazione della forma di governo democratica – all’utopico requisito rousseauiano dell’unanimità della volontà popolare.

I regimi autoritari argentino, brasiliano, cileno ed uruguayano, dittature che hanno macchiato con il sangue la seconda metà del ventesimo secolo, possono essere in parte spiegati come lo sbocco finale di una lotta politica in cui l’incertezza era completamente assente dalla mente dei principali attori.  E il successivo fenomeno di rigetto di tali regimi implica probabilmente una messa in discussione di tali abitudini mentali, per quanto radicate possano essere state in passato.

Alcuni governi (non solo latinoamericani per la verità) sembrano tuttavia convinti ancora oggi che l’appoggio degli elettori rappresenti un nulla osta per modificare a piacimento le regole e portare avanti il proprio progetto politico. Il populismo è invece, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com’è nell’usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo.

Rientra sicuramente in tale quadro la possibilità di essere rieletti a vita, come accade in Venezuela e come tenta di imporre ad ogni occasione il peronismo in Argentina.

Il fenomeno Chávez continua a vincere democraticamente in Venezuela perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari, che in questi anni hanno visto migliorare ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton.

Persiste quindi, anche nel nuovo contesto politico sudamericano, una sorta di “tentazione totalitaria”, da sempre presente nel DNA del continente, che potrebbe in alcuni casi vanificare importanti percorsi democratici, rischiando di trasformarli solo in una transizione da un potere oligarchico ad un altro.

Il dilemma da risolvere, ora che inevitabilmente anche l’unica “vera” dittatura rimasta nel continente sembra avviarsi  a cambiamenti profondi (anche se nei piani di Raúl Castro la transizione a Cuba appare più vicina al modello di Pechino ed Hanoi: apertura al capitalismo ma non alla democrazia), è come considerare le democrazie nelle quali i governanti si comportano in modo autoritario, pur godendo di una legittimazione elettorale.

Appare preferibile guardare con ottimismo critico a ciò che sta accadendo, agevolando e sostenendo i diversi percorsi di riscatto democratico e di crescita socio-economica, anche quando appaiono precari, inutilmente estremisti e velleitari.

Non bisogna infatti dimenticare che il “bloqueo”, che sin dal 1962  ha castigato il regime di Fidel Castro ha contribuito non poco al rafforzamento dell’orgoglio nazionale cubano, fornendogli molto spesso un alibi per non cambiare nulla nell’isola, perché tutto diventava, come dire, colpa del blocco “gringo”.  Chiedere oggi la fine di questo lungo embargo potrebbe rafforzare le ultime scelte di Raul, che forse possono essere interpretate, pur in un quadro che resta saldamente di dirigismo statale ed assenza pluralismo, come segnali di dialogo con la Casa Bianca di Obama (in particolare dopo il sesto Congresso del Pcc dell’aprile 2011, che ha sancito un processo di timide e lente riforme di “aggiornamento del socialismo” con parziali riordini in campo economico, commercializzazione di prodotti prima inaccessibili, cooperativismo, apertura all’iniziativa privata e ad alcune liberalizzazioni, smantellamento di apparati pubblici fallimentari, introduzione del sistema tributario e, recentissimamente, libertà di espatrio)

La democrazia ha sicuramente bisogno del diritto, che a sua volta ha bisogno di un’applicazione razionale alla società alla quale si rivolge. Per questo non è indifferente “come” i singoli paesi sono arrivati alle Costituzioni, se dopo “pacificazioni” con gruppi guerriglieri (che hanno scelto la rappresentanza parlamentare), come Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Uruguay; dall’“alto” come il Cile che ha ancora la Costituzione firmata dal dittatore Pinochet nel 1980; attraverso Assemblee Costituenti che hanno permesso dibattiti fra opposizioni, come Brasile, Perù, Ecuador e Bolivia; accordi ampi fra governi e opposizioni come in Argentina, nel 1994 dopo undici anni dalla caduta della dittatura.

In ogni caso, la democrazia innesca dinamiche di crescita e consolidamento istituzionale in tutte le sue possibili realizzazioni, da quella più blanda di  El Salvador – dove non esiste una costituzione, ma una “Carta politica fondamentale” in cui solo si stabilisce che “il potere politico emana dal popolo”, senza alcuna articolazione di organi di controllo – a quelle più strutturate e compiute di Cile, Argentina e Brasile, nelle quali la cittadinanza politica diventa anche un fatto culturale, in cui la giustizia e la memoria delle dittature smettono di essere lussi esotici per entrare nel corpo sociale della nazione.

 

Anche in Bolivia ed Ecuador, sulla scorta di quanto è avvenuto negli ultimi anni – soprattutto in seguito al trionfo elettorale di Evo Morales, il primo indigeno che diventa presidente – sembra ormai possibile costruire nuovi modelli di dialogo tra governi e opposizioni, mediando altresì in modo pacifico tra componenti etniche la cui convivenza appare possibile – a dispetto della storia – restando fedeli  all’ idea di “stato plurinazionale comunitario” .

 

Il continente sudamericano è insomma ad una svolta storica: riuscirà finalmente ad abbandonare gli orrori del passato e ad imparare che democrazia reale e inclusione sociale non sono alternative?

di Bruno Granata