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Redazione - 16/12/2013

Dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ad oggi: bilancio e prospettive future in tema di diritti umani

SI CELEBRA IN QUESTI GIORNI IL 65°ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO DELL’ONU ( PARIGI, 10 DICEMBRE 1948). PUBBLICHIAMO UN PRIMO INTERVENTO DI ALESSANDRO CAIVANO.

Celebrato nella settimana seguente a quella che ha visto trionfare Matteo Renzi nelle primarie del Partito Democratico e piangere la scomparsa di uno degli uomini più influenti del Novecento quale Nelson Mandela, il 65° anniversario della Dichiarazione universale dei diritto dell’uomo è passato decisamente in sordina. Proclamata a Parigi nel 1948, la Dichiarazione riveste un’importanza fondamentale, anzitutto per il momento storico in cui fu pronunciata: ad appena tre anni dal termine della più sanguinosa e cruenta delle guerre contemporanee, i rappresentanti di un’Assemblea Generale da poco costituitasi e guidata allora da un comitato presieduto da illustri personaggi dell’epoca – l’ex First Lady americana Eleanor Roosevelt tra questi – siglarono un documento che rappresenta, tutt’oggi, il testo fondamentale in tema di diritti umani. La Dichiarazione del 1948 è stata presa a modello da tutte le convezioni e i trattati successivi sui diritti umani ed ha dato avvio ad un processo di codificazione di norme convenzionali senza precedenti.

A distanza di anni da quella storica proclamazione, il bilancio in materia di protezione e salvaguardia dei diritti umani presenta luci e ombre. Soprattutto a livello regionale, si è assistito ad una notevole produzione normativa di trattati e convenzioni specifiche volte a salvaguardare il rispetto dei diritti fondamentali. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, adottata nell’ambito del Consiglio d’Europa, rappresenta, da questo punto di vista, il trattato che garantisce, ad oggi, il maggior grado di effettività nella tutela dei diritti umani. Specialmente a livello europeo, i risultati conseguiti sono stati ragguardevoli. La CEDU e i vari Protocolli che hanno esteso la protezione di taluni diritti ed emendato dal punto di vista procedurale la Convenzione assicurano adeguati standard di tutela dei diritti umani fondamentali. La Corte di Strasburgo, braccio giuridico della Convenzione incaricato di far rispettare le norme in essa contenute, ha assunto oggi un ruolo fondamentale nella salvaguardia di diritti, la cui tutela è fatta valere tramite ricorsi interstatali e, soprattutto, individuali.

A livello universale, i movimenti per la difesa dei diritti umani si sono moltiplicati così come le organizzazioni regionali o internazionali che fanno della salvaguardia delle varie generazioni di diritti il baluardo della propria attività. Le battaglie in difesa dei diritti umani hanno esteso il proprio raggio d’azione e riguardano oggi diritti che la Dichiarazione del 1948 neanche citava, come nel caso dei diritti degli omosessuali. Lo sviluppo dei social media, inoltre, ha senza dubbio facilitato la diffusione dei diritti e delle libertà umane in contesti in cui i regimi autoritari e dittatoriali attuavano politiche repressive nei confronti dei più basilari diritti riconosciuti ai singoli individui.

Tuttavia, a fronte di tali conquiste, va sottolineato come la tutela dei diritti umani, a distanza di più di mezzo secolo dalla proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sia ancora oggi limitata a determinate aree geografiche e specifici contesti regionali. In diverse parti del globo si assiste, ancora oggi, all’assenza di standard minimi di tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Se anche Paesi come gli Stati Uniti, dove pure esiste una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso determinate tematiche, faticano a riprendersi dagli orrori delle immagini di Guantanamo e dai postumi della diatriba seguita all’adozione di misure limitative delle libertà personali quali il Patriot Act, il quadro si fa decisamente più preoccupante quando l’analisi si sposta al vaglio della situazione interna di potenze quali la Cina e la Russia. La Primavera Araba, accolta in Occidente come il primo indizio di un più generale cambio di rotta verso una presa di coscienza dei popoli arabi in favore di forme democratiche di governo e di una maggiore tutela dei diritti umani e civili, ha perso l’iniziale spinta propulsiva ed è oggi identificata più propriamente con l’amara metafora dell’ “inverno islamico”.

Tale difficoltà nel raggiungere adeguate garanzie riguardo a standard di trattamento degli individui umani unanimemente riconosciuti si rispecchia nelle caratteristiche stesse delle convenzioni in tema di diritti umani redatte a livello universale. Le diverse concezioni culturali e il differente grado di sviluppo socio-economico dei vari Paesi limitano la portata stessa dei diritti e delle libertà che tali convenzioni intendono tutelare. Nei trattati conclusi a livello globale, l’ostinata ricerca del compromesso si traduce nell’assenza di meccanismi di controllo giuridico idonei a garantire gli standard di tutela richiesti e nell’eccessivo utilizzo di riserve normative dietro le quali gli Stati che hanno un minore interesse ad uniformarsi a quegli stessi standard celano la propria condotta illecita.

A pochi giorni dalla morte di Mandela, i media che non hanno dimenticato di citare l’anniversario di un testo fondamentale per la dignità del genere umano come la Dichiarazione dei diritti dell’uomo hanno ricordato, in parallelo, l’azione del leader sudafricano nel promuovere diritti fondamentali quali il rispetto del principio di autodeterminazione e il divieto di discriminazione razziale. Il riferimento a Mandela, che fece della Dichiarazione del 1948 il modello di ispirazione per la costituzione sudafricana del 1996, può e deve essere il fondamento di un’azione che miri a diffondere la cultura e la tutela dei diritti umani nei contesti laddove questa è ancora oggi meno sviluppata. Solo attraverso la propaganda e la diffusione di best practices si può pensare di perseguire quell’universale ed effettivo riconoscimento dei diritti e delle libertà umane che il Preambolo della Dichiarazione di Parigi indicava come obiettivo ultimo da raggiungere.