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23/11/2012
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Dal Festival di Roma

“E la chiamano estate” titolo del film (e di una famosa canzone di Bruno Martino degli anni ’60 il cui uso ha provocato una vertenza con la vedova del musicista) di Paolo Franchi vincitore della VII edizione del Festival di Roma con Isabella Ferrari (Premio migliore attrice), ed il francese Jean-Marc Barr.    Film scandalo, tanto fischiato quanto premiato, a sigillo della prima edizione diretta tra mille contrasti da Marco Mueller, per anni Direttore a Venezia.

Il film. Forse meritevole di un convinto “non vedere”, meglio “inutile vedere”: perché?   Una trama banale diluita e rarefatta, una recitazione monocorde, una scenografia chissà perché da qualcuno definita “elegante” forse per lo stucchevole eccesso di “bianchi” con due protagonisti incollati e statici nei reciproci ruoli.  Il “succo” è semplice: i due si amano, lui si disprezza (chissà perché) ed esercita la sua colpevole sessualità con scambi multipli e prostitute (fino alla caricatura dell’anziana professionista che lo possiede fumando una sigaretta), i corpi a consumo, carnali ma totalmente disumanizzati.   Temi vecchi ed ormai fuori moda. Una “retrouvaille” la cui unica novità è il produttore: la vedova Pavarotti, Nicoletta Mantovani.

Non bastasse, il Premio Marco Aurelio è andato a “Marfa Girl”, film indipendente statunitense che si snoda con vari incontri sessuali destinati a colmare il vuoto di un paesino texano al confine messicano.  L’ubicazione permette una notazione intelligente (l’integrazione del giovane messicano) ed una di maniera (la degenerata guardia di frontiera tra violenza perversioni e meritata fine). Allegro il colore, mosse le storie.

A saldo un paio di osservazioni sul Festival: la frase clou del film italiano è la classica “una scopata non si nega a nessuno” (nuova versione: il marito masochista la chiede all’ex amante della moglie); la scopata forse no, ma per i quattrini pubblici forse ci si dovrebbe pensare due volte perché metterli in un Festival risultato fuori contesto e sempre più separato da una città che ha bisogno di cultura e partecipazione, forse un po’ meno di “palestre” per esercitazioni cinefile.

Sia chiaro la “colpa” non è tanto di Mueller, il quale più che di critiche “a priori” (ingiustificate) avrebbe abbisognato di un mandato.   Che ovviamente non c’è stato.

Auguri per l’anno prossimo.

Per ora un consiglio: se proprio si vuole “épater le bourgeois”, scandalizzare i benpensanti, si favorisca chi girerà un film-verità sul cappellano di carcere accusato a Milano di violenze ai più emarginati dei carcerati.  Funzionerà.

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