Archivio

Redazione - 02/09/2013

A proposito della crisi siriana – “Confesso che non capisco.”

Di Immanuel

Un senso d’impotenza di fronte alla nostra ignoranza ci prende quando si ascoltano le dichiarazioni dei dirigenti delle grandi potenze, ed in particolare della “sola grande potenza” rimasta dopo la Guerra Fredda, in merito a temi alti come guerra e pace. Temi terribilmente banalizzati  nell’esibizione dei muscoli da una parte e nel “dito sul grilletto” dall’altra. Tutti hanno evidentemente  memoria dei film western americani, quelli che trasferivano nel selvaggio West le saghe di cappa e spada, ma non della versione volutamente amorale che ne diede Sergio Leone nella sua trilogia del dollaro.

Non vi è dubbio che non solo l’uso ma anche la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche è vietato dal diritto internazionale. Non vi è dubbio che in Siria tali armi siano state impiegate, e non importa qui l’età e lo status delle vittime, proprio perché il loro uso è oggetto di divieto assoluto. Non vi è dubbio che le armi chimiche, al pari delle biologiche, siano particolarmente gradite ai regimi dittatoriali avendo il sinistro vantaggio di essere prodotte e stoccate con poco e di sfuggire per questo all’attenzione internazionale, almeno finché non escono dai depositi. Quale differenza con le armi nucleari che richiedono una tale tecnologia ed un tale dispendio di risorse che solo happy few (si fa per dire) se le possono permettere, alcuni senza incorrere nelle proteste internazionali (India e Israele e Pakistan) e altri (Iran, Corea del nord) fortemente controllati e sanzionati. In un mondo che tende al riarmo – la spesa militare aumenta pressoché ovunque malgrado o forse per la crisi finanziaria – e ciò a dispetto della missione originaria dell’ONU che era, e tuttora è, il disarmo specie nucleare, ebbene in un mondo siffatto sentire lo stridore delle minacce e delle ritorsioni terroristiche mette sgomento per ora e probabilmente orrore in seguito.

La retorica delle prove inconfutabili, che i Russi invece confutano come “balle”, rende irreversibili le decisioni e nello stesso tempo rende le minacce meno dissuasive. Come si fa ad annunciare un attacco a sorpresa con giorni di anticipo e con copia di immagini televisive? Addirittura esibendo le cartine col dispiegamento di navi e aerei? La guerra, prima che combattuta, è simulata al computer come nell’ennesimo truculento video gioco.

Nessuno vorrebbe essere nei panni del Presidente della superpotenza. Persino il Primo Ministro britannico si sfila. Qualsiasi decisione il Presidente prenda, sarà oggetto di critiche. Ricevette in clamoroso anticipo il Premio Nobel per la pace e dal 2008 non riesce a chiudere gli strascichi del suo predecessore e apre nuovi fronti, sia pure a malincuore. Promette un’azione rapida e indolore (per le forze americane) ed un profluvio di esperti militari, fra i quali il nostro Mini, vaticina che un’azione rapida è inimmaginabile e che il dolore non distingue i buoni dai cattivi. Il secolo asiatico, come si annunciava il primo del duemila, torna ad essere il secolo mediorientale. La Cina resta dietro le quinte, imperscrutabile come sempre. La Russia torna alla ribalta e stavolta non come partner strategico ma come antagonista.

Chi abbia pratica di diplomatici russi, ne conosce la capacità professionale. I Russi diffidavano della primavera araba, diffidano delle varie formazioni islamiste, sembrano credere soltanto ai vecchi schemi della geopolitica. Chi sta e dove sta. Nel loro caso, stare nel Mediterraneo con una posizione di prestigio se non di forza. La Siria degli Assad è l’ultimo riparo, dietro cui essi intravedono fenomeni sconosciuti e imprevedibili e proprio per questo ad alto rischio per la comunità occidentale nel suo insieme.

Impossibile chiudere un pezzo senza pensare al caso italiano. Nel silenzio dei dirigenti di punta, chi impegnato a difendere l’agibilità politica del Capo e chi a tessere trame per il congresso di partito, spicca il Ministro degli Esteri che predica prudenza. Il Ministro della Difesa non è da meno, preoccupato com’è a non overstretch  la già stremata nostra capacità militare. Stremata dai tagli di bilancio e dagli impegni all’estero, alcuni dei quali (UNIFIL in Libano) in prossimità della Siria.