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Redazione - 27/06/2013

Per l’Europa è sempre l’ora della verità.

Di Immanuel

 

Il 27 e il 28 giugno si riunisce a Bruxelles il Consiglio europeo e, come sempre alla vigilia, anche  questo vertice dell’estate 2013 è chiamato all’ora della verità. I temi, per nulla originali, sono quelli della crescita, del rigore, delle relazioni esterne.

 

Crescita e rigore, rigore e crescita. L’ordine con cui si elencano i due principi cardine della vita europea, principi che neppure un filologo troverà declinati in questi termini nel corpo dei Trattati istitutivi, dipende dal prevalere di questa o quella delegazione. Se la delegazione sposa il rigore, e cioè viene dal virtuoso Nord, il rigore è di rigore. Se la delegazione viene dal dissipato Sud, come se a sud ci fosse ancora qualcosa da dissipare, allora la crescita cresce d’importanza. La pressione principale si esercita sull’attore, o meglio l’attrice principale, la solita Angela Merkel, dalla quale tutti sembrano dipendere. Un suo assenso e l’Euro sale, un suo diniego e l’Euro cala. Come le dominae romane di una volta, quelle per intenderci della serie televisiva Spartacus, la direzione del suo indice influenza i mercati quanto le gelide dichiarazioni di Draghi e le analisi del Fondo Monetario, che scopre soltanto ora i benefici di una dose di keynesismo da iniettare nell’esangue mercato europeo e specie greco. Sul proscenio, ma molto indietro, si collocano le altre delegazioni, compresa la francese che pure con la tedesca condivide, o forse condivideva, il tradizionale asse.

Cosa accadrà dunque all’ora della verità? Accadrà presumibilmente che le conclusioni del Consiglio europeo daranno conto di un allentamento della pressione rigorista, che si rinnoverà il favore alla crescita ma lasciando le cifre ai bilanci nazionali o a successive proposte della Commissione, che la occupazione giovanile (15 milioni in tutta Europa in cerca d’impiego e collocazione sociale) riceverà l’incoraggiamento.

Il Consiglio europeo ometterà di prendere atto che l’Europa 2000, delineata nel passato decennio come la zona più avanzata al mondo per certi settori di punta, è di là da venire. Ometterà di prendere atto che la crisi importata dall’America, come il Mc Donald o l’alluvionale produzione audiovisiva, è stata recepita come modello di vita dall’Europa per regolare i conti interni: fra gli stati membri, fra gli stati membri e le istituzioni europee. Una colossale redistribuzione di ricchezza e di potere. Un ritorno neppure tanto surrettizio al sovranismo.

Il sovranismo resiste laddove è sempre stato: nella sfera delle relazioni esterne. La polemica con la Turchia circa le repressioni in atto a Istanbul e altre città non ha visto in prima linea le istituzioni, con la salutare eccezione del Parlamento non a caso delegittimato da Erdogan, ma i singoli stati membri ed in particolare la solita Germania. La quale ha accettato in extremis il compromesso sull’apertura del capitolo negoziale “politica regionale”, purché avvenga a ottobre, a elezioni federali avvenute. Come se l’apertura o la mancata apertura di un capitolo negoziale possa seriamente influenzarne l’esito. La sopravvalutazione del negoziato per l’adesione rammenta la propaganda in Francia contro il trattato costituzionale: l’idraulico polacco che avrebbe soppiantato l’idraulico francese. Come se in Francia e altrove ancora operassero idraulici indigeni e non maghrebini e balcanici naturalizzati o in via di regolarizzazione.

Osserva Emma Bonino (Il Messaggero del 26 giugno 2013) che “il continente europeo ha bisogno di una Turchia pienamente democratica all’interno dei suoi confini, non al di fuori”. L’Unione sarebbe forse  riuscita ad influenzare il percorso turco se avesse negoziato l’adesione con la celerità adoprata cogli altri paesi candidati. La sua tattica dilatoria ha scoraggiato la vocazione europea della Turchia incoraggiandola verso la tendenza neo-ottomana,  non solo in politica estera ma anche in politica interna. Aprire a suo tempo le trattative sui capitoli giustizia e affari interni avrebbe dato un argomento in più all’Unione. Anche in questo caso il peso della Germania, e della Francia e dei Paesi Bassi, ha contribuito al gioco al ribasso, con le conseguenze che oggi ci stanno davanti.

Il Consiglio europeo dovrebbe fissare una data per l’avvio dei negoziati di adesione con la Serbia,  avendo accolto (dal 1° luglio) la Croazia. Si avvia così a chiusura il cerchio delle grandi adesioni ex-jugoslave, restando fuori al momento i paesi ancora divisi come Bosnia e Kosovo. L’intesa fra Belgrado e Pristina è stata officiata dall’Alta Rappresentante agli Affari Esteri. Almeno un successo va ascritto alla Baronessa, talché alcuno la candida al Premio Nobel per la pace. Talaltro invece (l’europarlamentare Domenici) invoca le dimissioni di Barroso, mentre questi si mette in pista per il terzo mandato alla guida della Commissione. Sempre che il Partito Popolare lo indichi come candidato, Shultz essendo quello del Partito Socialista e Verhofstadt dell’Alleanza liberaldemocratica.  Di questo è prematuro parlare al vertice d’estate, le elezioni del Parlamento europeo sono previste nel maggio 2014. A seguire.