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Redazione - 22/07/2013

Brasile: in venti minuti tutto può cambiare.

dal Brasile, Bruno Granata

Una popolare trasmissione brasiliana di “news” ripete ossessivamente durante tutta la giornata che “em veinte minutos tudo pode mudar” e sembra una sintesi giornalistica quasi premonitoria degli avvenimenti delle ultime settimane.

L’ondata di manifestazioni di protesta, cominciata contro il rincaro dei trasporti con la sigla “Passe Livre” che ha acceso la miccia chiedendo un trasporto pubblico gratuito e di qualità, si è estesa a macchia d’olio con “Copa Pra Quem”, che ha denunciato gli sprechi del Mondiale e sostenuto gli indios sloggiati dalla zona del Maracaná per la costruzione di un parcheggio,  e si è rapidamente trasformata in una gigantesca manifestazione contro il governo.

In poco più di un mese, la Presidente Dilma Rousseff, – che sembrava avere già in tasca la riconferma alle elezioni dell’ottobre 2014 – ha visto precipitare il proprio indice di popolarità: il vento dei disordini ha bruscamente rimesso in discussione tale possibilità, aprendo un capitolo interessante ed inedito nelle abitudini del Brasile la cui storia non contempla alcun Simon Bolivar, rivolte di piazza o “libertadores”.

Il Governo ha ammesso immediatamente di non essere riuscito a capire le ragioni delle manifestazioni che non sono state organizzate come accade normalmente da partiti politici o sindacati. Le nuove dimostrazioni sono state definite come “estremamente complesse”, specialmente per il fatto che sono avvenute in diverse città della federazione brasiliana e con  mobilitazioni indotte dall’avvento delle rete sociali, dalla volontà di partecipazione che cresce su internet per poi riversarsi nelle strade.

Secondo le statistiche dell’istituto “Datafolha”, l’ottanta per cento dei manifestanti non aderisce ad alcun partito politico e possiede un livello scolastico di tipo superiore, il 53 per cento ha meno di 25 anni ed il 71 per cento ha partecipato per la prima volta ad una manifestazione.

Eppure dieci anni di governo della sinistra hanno ridotto considerevolmente le disuguaglianze mentre quaranta milioni di persone sono uscite da una condizione di miseria “strutturale” e sono entrate a far parte di una nuova classe media: cosa sta succedendo?

Nonostante l’enorme crescita degli ultimi anni, che lo collocano insieme al gruppo Brics tra i protagonisti dell’economia mondiale, il gigante sudamericano é ancora tra i dodici Paesi del mondo nei quali la distribuzione della ricchezza risulta più iniqua. Le infrastrutture sono vetuste, gli aeroporti saturi, le linee telefoniche arcaiche, l’elettricità spesso precaria e con continui black-out.

 

Mentre le classi egemoni continuano a godere di paradisi sconosciuti alla grande maggioranza della popolazione, i trasporti, le opere di infrastruttura, i servizi pubblici in generale, sono spesso nelle mani di società private taglieggiate dai politici. Gli ospedali che operano nel SUS (Sistema Unico de Saude, il servizio sanitario statale gratuito) sono dei lazzaretti, le abitazioni sono precarie e vengono spesso sgomberate e demolite per costruire stadi faraonici e shopping mall lussuosi in mano alla speculazione ed ai corrotti. Il nuovo stadio di Brasilia, per esempio, costerà oltre un miliardo di reais (350 milioni di euro circa) e potrà accogliere 70.000 spettatori a fronte di una presenza media di meno di mille persone a partita. Chi ci andrà una volta spenti i riflettori del Mundial? Quanti si sono arricchiti illecitamente a discapito degli investimenti produttivi?

E’ probabile che la maggior parte dei leaders della protesta non appartenga al gruppo di coloro che devono il proprio status alle misure economiche dei due governi Lula, ma ciò che colpisce è l’adesione massiccia alle manifestazioni, quasi come se la maggioranza dei brasiliani avesse deciso di ripudiare il modello di Paese disegnato dai partiti e dalle corporazioni imprenditoriali e sindacali per reclamare, in modo ancora molto confuso, un nuovo percorso.

L’euforia sembra essere svanita di colpo e la straordinaria crescita brasiliana, alimentata dal “vento di poppa” che soffiava dalla Cina e dai centri finanziari  europei e nordamericani (sottoposti da anni a tassi d’interesse molto bassi) ha smesso di produrre i risultati previsti.

Sembra quasi che il governo brasiliano sia paradossalmente vittima del proprio successo: la nuova classe media si scopre avida di dare libero sfogo alla propria fame di consumo, repressa per decenni, e comincia ad esigere scuole, sanità, servizi e un lavoro degno per tutti.

Il fenomeno riguarda in realtà quasi tutta la regione sudamericana e rimette in discussione il mito dei paesi emergenti che, ricchi di soja, minerali, petrolio e di molte altre risorse naturali, potrebbero rapidamente scalzare la supremazia economica dei paesi tecnologicamente avanzati.

Uno sviluppo autentico e strutturale avrebbe sicuramente bisogno di molto di più che un’abbondanza di “commodities”. L’effetto positivo derivante dall’inclusione di milioni di persone nella forza lavoro sembra essersi esaurito, l’inflazione aumenta e la domanda di beni di consumo da parte di queste fasce della popolazione non può più, da sola, sostenere la crescita.

Dire che é tutta colpa del “capitalismo” o del “neoliberalismo” non è di grande aiuto.  Anche se in Brasile, come del resto in Europa, molti manifestanti sventolano bandiere rosse, falce e martello o ritratti del Che Guevara, non sembra che molti credano davvero, come negli anni settanta, di poter realizzare una società più giusta con uno schema socialista o comunista. La mancanza di alternative radicalmente diverse rende  tuttavia il panorama ancora più tenebroso.

In Europa, si sta smantellando il modello di welfare istituzionale che si era affermato tra mille difficoltà dopo la Seconda Guerra Mondiale e non tanto per motivi “ideologici” ma soprattutto per l’invecchiamento della società e la brutale perdita di competitività  determinata dall’emergere di nuove e poderose realtà economiche..

In vari paesi dell’America latina, (Venezuela, Brasile, Argentina soprattutto) si é sviluppato invece un modello di assistenzialismo sempre più difficile da sostenere (ma dal quale è praticamente impossibile prescindere) che, se da un lato ha permesso nell’ultimo decennio di combattere la povertà, di ridurre le disuguaglianze e la disoccupazione, induce ed accompagna un alto grado di populismo e di corruzione.

E’ questo il punto cruciale: l’indignazione cresce più velocemente proprio tra quei settori della classe media che, nonostante il netto miglioramento delle condizioni di vita, appaiono sempre meno disposti a tollerare gli abusi. Il populismo funziona molto meglio nelle società in cui la maggioranza della popolazione é costituita da poveri “strutturali” con un livello educativo molto basso. Quando la società comincia invece a prendere coscienza dello schema spesso discrezionale e demagogico di distribuzione delle risorse, il sistema non garantisce più i risultati e consenso.

Molti analisti hanno voluto trovare dei parallelismi tra l’improvvisa protesta brasiliana e ciò che succede in Turchia, Egitto, Spagna o in altri paesi nei quali moltitudini di giovani, convocati attraverso le ormai onnipresenti reti sociali, si ribellano contro lo status quo.

In verità, anche se i motivi della protesta sono molto differenti – l’islamizzazione prepotente in Turchía e nei paesi arabi, la crisi e la disoccupazione soprattutto giovanile in Europa –  è possibile riconoscere un “fil rouge” che unisce a livello planetario un gran numero di giovani della classe media: si sentono “truffati” dalle generazioni precedenti e ripudiano il destino mediocre che sembra essere stato loro assegnato in un mondo molto diverso da quello che gli avevano promesso. Si tratta in buona sostanza dello scontro tra aspettative legittime e ragionevoli (non necessariamente economiche) con una realtà incapace di realizzarle. La globalizzazione e l’immediatezza della comunicazione hanno presto fatto della “normalità” alla quale molti giovani aspirano un’illusione che esiste solo nelle “enclaves” più prospere e libere di un ristretto numero di paesi ricchi. L’esplosiva espansione dell’educazione universitaria o parauniversitaria, ancorché spesso improvvisata e di livello discutibile, ha creato una nuova classe di “diplomati” che in alcuni paesi rappresentano senz’altro la generazione più istruita della storia e che aspira naturalmente a godere della posizione privilegiata dei laureati del passato, quando solo una sparuta minoranza frequentava l’università.

La improvvisa “rivoluzione” brasiliana che era riuscita a lanciare segnali, inediti e concreti, di cambiamento sembra per il momento rientrata: le masse di giovani che avevano occupato il Paese, dalle grandi metropoli alle città di provincia, sono ritornate in silenzio alla routine normalizzatrice delle reti sociali, che pure erano state decisive nell´organizzare la rabbia, l´entusiasmo e la rivolta delle scorse settimane. Ma ne risentiremo parlare presto.