Flash

20/12/2014

Ancora su Cuba

che

L’articolo che segue – a firma di Marco Baccin già Ambasciatore d’Italia a Cuba dal 2009 al 2012 e cioè durante la gestazione della svolta “caraibica” oggi all’attenzione di tutti i media internazionali ed italiani – offre il destro di qualche ulteriore osservazione ed anche di interrogativi che tentano di spiegare perché la positiva evoluzione in un’area ed in un Paese tutto sommato “minore” e comunque all’interno di una relazione bilaterale (quella dell’Avana con Washington)  abbiano destato una così ampia eco.

Certo il “glamour” mediatico che da sempre circonda Fidel è enorme da decenni e chi scrive ricorda direttamente come nel novembre 1996 Fidel – alla sua prima ed  unica visita in Italia per co-presiedere (con Romano Prodi) il Vertice Mondiale ONU sull’alimentazione subisse con elegante ed insolita pazienza l’assedio – soprattutto femminile – per ottenerne un autografo e, magari, un brandello di conversazione nel palazzo della FAO a Roma. Un esercizio diplomatico del tutto insolito per un leader che dell’inaccessibilità aveva fatto un cifra di comando e che invece nella tre giorni romana aveva adottato un look d’altri tempi (doppio petto blu, elegantemente liso…) e soprattutto una forbita cortesia alzandosi dallo scranno a lui riservato ad ogni interlocutore – o interlocutrice – che gli si avvicinasse…

In verità, a parte il mediatismo più o meno giustificato (anzi secondo noi del tutto tale per mille ragioni che trascendono il protagonista in quanto tale, ma derivano da una più vasta emblematicità storica) il fatto del giorno introduce a cascata varie prospettive estendibili ad altre aree, diversi orizzonti storico-culturali.

Intanto il ruolo della Chiesa locale e romana. Schematicamente: Cuba come coniugherà la memoria delle “reduciones” dei Gesuiti nel Paraguay del tardo Cinquecento fino al tardo Settecento – un Paraguay esteso fino ad un terzo dell’intera America Meridionale e che sperimentava ad un tempo società produttiva ed un’evangelizzazione più cooperativa che schiavistica – con l’imperativo produttivistico (e di fatto ultraliberista) dell’agnostico modello lanciato oltre trent’anni fa da Deng Xiaoping (“gatto bianco, gatto nero: purchè acchiappi i topi” e quanti ne ha già acchiappati…)? Certo, paradossi e forzature storiche eppure non così arbitrari, considerato quanto la Chiesa abbia contribuito alla “resilience” (tenuta, resistenza) della ormai imbalsamata società cubana aggredita di “rimbalzo” da traumi storici come il 1989. Il Primate cubano – l’ottuagenario Cardinal Ortega – è (come scrive Baccin) uno dei primattori nella tessitura della rete che potrebbe aver trasformato un inane conflitto “locale” in un modello conciliativo e di coesistenza.

In un mondo in cui tutti i paradigmi sono saltati o sono totalmente delegittimati sia all’interno dei confini che nelle relazioni cosiddette internazionali – Stato-nazione, socialismo, liberismo e perfino democrazia – e vengono surrogati da miti irrazionali, violenti (dai neo-fascisti tipo l’ungherese Orban, alla francese Le Pen per arrivare all’ultimo venuto: il “castratore chimico” Salvini e senza scomodare il mini dittatore Coreano il sanguinario Kim “terzo”), ebbene in un mondo siffatto l’imperativo non dovrebbe essere la “via”, quanto piuttosto individuare e conciliare i lati positivi contenuti in molte – non tutte – le vie. Come dire: sarebbe bello se la “svolta cubana andasse al di là delle magliette con l’effigie – ormai solo di archeologia pop – del giovane “Che”…

 

CUBA E STATI UNITI: IL DISGELO

di Marco Baccin

Le “prove di disgelo” in atto da tempo tra Cuba e Stati Uniti, simboleggiate dalla “storica” stretta di mano tra Raul Castro e Obama sugli spalti dello stadio di Soweto in occasione dei funerali di Nelson Mandela (vedi su Cosmopolitaly l’articolo “Stati Uniti e Cuba:prove di disgelo”), si sono concluse con l’annuncio dei due Presidenti del ristabilimento delle relazioni diplomatiche (interrotte da  più di mezzo secolo), dell’attenuazione delle misure finanziarie ed economico-commerciali previste dall’embargo (per la sua cancellazione sarà però necessario il voto del Congresso, dove i repubblicani hanno la maggioranza), dell’eliminazione di Cuba dalla lista degli stati sponsor del terrorismo e dell’annullamento del divieto per i cittadini statunitensi di viaggiare a Cuba (misura che avrà importanti e positive ricadute sul turismo cubano). Al lato, ma in reltà, come avevamo segnalato, pre-condizione di tutto il pacchetto di misure concordate, lo “scambio di prigionieri”.

Si tratta certamente di una radicale svolta nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, che i media hanno enfatizzato come il risultato di un lavoro diplomatico “sotterraneo” durato alcuni mesi.

In realtà le” prove di disgelo” duravano da anni, basate sulla comune volontà di Obama e Castro di chiudere  un clima di scontro che ormai non conveniva più ad entrambi, e, soprattutto, sull’inedito ruolo “politico” assunto dalla Chiesa cattolica.

Il cardinale di Cuba, Jaime Ortega, ha a lungo fatto la spola tra Washington e L’Avana per avvicinare le posizioni dei due governi e si è confrontato con Raul Castro sui temi dell’economia, delle riforme sociali, dei diritti umani e della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, aprendo fra l’altro nuovi spazi di discussione in cui si misurano intellettuali “oficialisti” con esponenti della dissidenza moderata e della diaspora cubana.

Preceduta da quella di Giovanni Paolo II, la visita a Cuba di Papa Benedetto XVI ha rafforzato il ruolo della Chiesa mirato ad  accelerare il processo di transizione cubana.

Papa Francesco ha poi avallato il riformismo di Raul Castro nell’ottica di una transizione graduale che possa evitare quei pericoli di instabilità e ingovernabilità che, a parte i settori più radicali della dissidenza cubana e gli ultrà repubblicani, nessuno vuole, a cominciare dagli stessi Stati Uniti.

Obama, dopo i primi timidi segnali di apertura, non poteva sprecare l’occasione del secondo mandato per chiudere il dossier cubano e consegnare il suo nome alla storia, venendo incontro nello stesso tempo alle lobbies statunitensi che da tempo premevano per riallacciare le relazioni economiche con Cuba e migliorando l’immagine USA in America Latina.

L’embargo nei confronti di Cuba, pesantemente condannato dall’ONU ogni anno, ha d’altra parte fallito i suoi obiettivi e non riceve più consensi maggioritari neppure a Miami, dove i figli degli esuli del 1959 da tempo auspicano aperture e nuove relazioni con Cuba.

Con la ripresa dei rapporti con gli Stati Uniti, il Presidente cubano segna un punto a favore del suo “nuovo corso”, che con le aperture all’iniziativa privata e agli investimenti esteri, la riforma dell’apparato statale, il riconoscimento dei diritti di proprietà, l’avvio dell’unificazione monetaria e l’eliminazione delle restrizioni ai viaggi dei cubani, prefigura un nuovo modello di economia mista, destinato ad avere ripercussioni anche in campo politico.

Raul Castro completa inoltre l’inserimento di Cuba nel contesto internazionale, già sviluppato con rapporti non solo con i Paesi dell’America Latina e le sue istituzioni regionali, ma anche con la maggior parte degli altri Paesi e con l’Unione Europea.

Cuba ha ora la possibilità di diversificare maggiormente il suo commercio, con positive ricadute sulla disastrata economia dell’isola e la possibilità di liberarsi in parte da un abbraccio troppo stretto con amici “ingombranti” come Venezuela, Russia, Corea, Cina, Vietnam o Iran.

Da più parti ci si chiede quale impatto potrà avere la ripresa delle relazioni tra Cuba e gli USA sul processo di transizione cubano.

Sono dell’opinione che la transizione cubana, lenta e graduale, continuerà ad essere condotta dai settori aperturisti del Partito comunista (dove l’originaria connotazione nazionalista del castrismo prende sempre più il sopravvento sui dogmi del socialismo scientifico) e delle Forze Armate (che fanno capo a Raul Castro),”accompagnati” dalla Chiesa cattolica.

Questo processo potrà forse conoscere accelerazioni solo dopo la definitiva uscita dalla scena della “generazione della Sierra Maestra”, anche se è stato lo stesso Raul Castro ad affermare che l’ostacolo all’apertura politica era rappresentato proprio dall’embargo americano e dall’atteggiamento minaccioso degli USA.

Raul – come spera Obama- potrebbe forse ora abbandonare il motto di Sant’Ignazio di Loyola caro al fratello Fidel: “In una fortezza assediata, qualsiasi dissidenza è un tradimento”, anche se in realtà i Castro non hanno profuso energie nel preparare una successione, gli oppositori non rappresentano una reale alternativa politica ed è fortemente avvertita l’esigenza di salvaguardare alcune “conquiste” della rivoluzione: cultura, sanità e istruzione.

Oscar Espinosa Chepe, intellettuale e giornalista recentemente scomparso, lucido critico del castrismo che aveva vissuto da dentro, vedeva per il futuro politico cubano un sistema imperniato essenzialmente su due partiti: uno socialdemocratico (in cui sarebbe confluita l’esperienza rivoluzionaria) e uno di matrice democristiana (basato sul nuovo e crescente ruolo della Chiesa cattolica).

E’ difficile dire se sarà così.Ma Cuba potrebbe tornare ad essere,come lo fu all’inizio della rivoluzione,un laboratorio politico utile per l’America Latina e non solo…….

 

 

 

 

 

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