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Redazione - 24/12/2012

Alla Ricerca Del “Wa” perduto – di Pio d’Emilia

Con la disfatta del cosiddetto “Ulivo a Mandorla”, il centrosinistra “ispirato” all’Ulivo italiano ed  il trionfo della “Balena Gialla”, l’LDP (Partito liberaldemocratico), la formazione politica che nel dopoguerra ha interpretato localmente ruolo e struttura della nostra vecchia DC, il Giappone sembra essere uscito da una fase di “confusione” – estesa non solo alla politica interna, ma anche economica, sociale e culturale. Niente di più improbabile. Anzi.

Simbolo sino a qualche anno fa della stabilità – posticcia e “imposta” quanto vogliamo, ma, di fatto, tale – di quello che il politologo australiano Gavan Mc Cormack ha definito “lo stato cliente” (dedicandogli un ottimo saggio), il Giappone ha, come dire, concluso (ma non è ancor detto: al peggio non c’è mai limite) il suo processo di “Italianizzazione” della politica. Un processo di cui ha subìto, negli ultimi vent’anni, la maggior parte degli aspetti negativi, senza godere, se non in minima parte, di quelli positivi. Il lento processo di avvicinamento al “bipolarismo imperfetto”, mutuato da quello italiano nelle forme – una legge elettorale iniqua e inefficace – e nella sostanza – un terzo polo politicamente inesistente  ma “tecnicamente” possessore di una sorta di “Golden share” per la formazione di quasiasi tipo maggioranza, sì è catastroficamente  concluso lo scorso 16 dicembre, a solo 3 anni dalla “storica” conquista del potere da parte del Partito Democratico di Yukio Hatoyama e Naoto Kan, gli “amici” di Prodi.  Che nella consultazione elettorale hanno perso oltre 180 seggi, su 232 che ne avevano conquistati nell’agosto 2009. Una  disfatta che è andata aldilà delle peggiori previsioni e che è stata provocata – è bene sottolinearlo – non tanto dalla  terrbile, triplice catastrofe del marzo 2011 (terremoto, tsunami, emergenza nucleare), quanto al “tradimento” nei confronti dei cittadini, al non mantenimento di TUTTE le promesse effettuate durante la campagna elettorale. Il Giappone, aldilà delle calamità naturali e di quelle “human induced” – come l’emergenza nucleare tutt’ora in corso – sta molto peggio oggi che tre anni fa. E non solo perché il deficit pubblico ha continuato a crescere diventando oramai – 230% del PIL – il più alto dei paesi OCSE (quasi il doppio dell’Italia). Ma perché all’impennata del debito – perfettamente assorbibile e addirittura auspicabile, vista la struttura dello stesso ed gli ottimi “fondamentali” dell’economia giapponese (e infatti in Giappone non esiste il problema dello “spread”: i titoli pubblici continuano ad essere piazzati sotto all’1%) – non ha corrisposto alcun segnale di crescita dell’economia. Anzi. Seguendo – paradossalmente – una sorta di “agenda Monti”, il centrosinistra giapponese ha continuato a tagliare la spesa pubblica, stato sociale in primis, e addirittura finendo per aumentare le tasse. Nel peggior modo possibile: aumentando l’IVA. Che in Giappone è ancora bassissima (era al 3%, ora è al 5%, con un progetto, che probabilmente verrà rinviato dal nuovo governo, di portarla al 10%) e che dunque offre, teoricamente un ampio margine di manovra per esigenze di cassa. Ma in un momento diverso: non quando il paese è nel pieno della sua quarta recessione del secolo appena inziato e con i consumi bloccati. Che infatti si sono ulterioremente ridotti. Ma il fallimento dell’Ulivo giapponese non è solo sul piano della politica economica. Anche a livello sociale non è riuscito ad affrontare le grandi problematiche che hanno minato profondamente – e rischiano di dristruggere per sempre – il “wa”.  Quel concetto intraducibile di “armonia” sociale che ha, nei secoli, aiutato (o forse condannato) i giapponesi ad accettare l’inaccettabile e sopportare l’insopportabile. Un concetto molto simile al “Dio piacendo”, alla “provvidenza” che, in un paese profondamente laico nella sostanza (aldilà delle superficialissime liturgie imperiali) è invece storicamente succube, per non dire terrorizzato, dalle autorità. Vederle ridotte come sono adesso, con politici arroganti, corrotti ed incapaci, una magistratura pavida e sottomessa al potere esecutivo, media imbavagliati e velinari e una incredbilmente diffusa  sciatteria istituzionale degna di un Impero delle Banane (basti pensare al “walzer cacofonico”, come l’ha definito “le monde”, sulla questione nucleare, nei confronti della quale il governo uscente ha irresponsabilmente tentennato per quasi due anni, salvo assumere, alla vigilia delle elezioni una posizione unitaria al solo scopo di raccattare consensi) non aiuta certo il popolo giapponese, al quale i “liberatori” americani e i loro “complici” indigeni – molti dei quali erano gli stessi che erano stati inizialmente  individuati e incriminati come criminali di guerra e poi improvvisamente “riabilitati”, come Nobusuke Kishi, nonno del nuovo premier Shinzo Abe, per scongiurare il pericolo che il paese andasse “a sinistra” – pensarono bene di non regalare, nella loro Costituzione (una delle più “belle” e inattuate del mondo) la pericolosa arma del referendum abrogativo. “Roba da malati di mente, che votano sull’onda delle’emotività, come gli italiani”, come ha avuto la bontà di dichiarare pubblicamente l’ex segretario dell’LDP Nobuteru Ishihara, figlio dell’ex governatore nazionalista e misogino Shintaro Ishihara, che ora guida il PARTITO DEL SOL NASCENTE assieme al cosiddetto “renzi a mandorla”, il giovane sindaco di Osaka Toru Hashimoto (10% alle ultime elezioni: 54 deputati, terza forza del paese) all’indomani del referendum conto il nucleare svoltosi in Italia nel giugno 2011 (chiaramente influenzato dalla catastrofe di Fukushima).

Lungi dall’aver risolto, e nemmeno “tranquillizzato” i suoi stanchi, delusi, sempre più vecchi e depressi cittadini (i dati sulle malattie sociali come depressione, autoesclusione, “sparizione” e suicidi sono sempre più drammatici: 100 suicidi al giorno, uno ogni 15 minuti) il centrosinistra  ha concluso il suo fallimentare “mandato” con una altrettanto fallimentare performance in politica estera. Non che il Giappone abbia mai – e non se ne vede neanche nell’immediato futuro – una politica estera particolarmente brillante. A parte l’”anomalia” Kakuei Tanaka, il premier più corrotto, geniale e senza dubbio popolare del dopoguerra, il Giappone si è sempre diligentemente “accodato” agli Stati Uniti, anche quando allinearsi significava farsi del male. All’inizio del suo mandato Yukio Hatoyama, il primo premier “democratico” della storia ci ha provato: appena insediato, a tentato di portare a termine uno dei suoi impegni solennemente presi durante la capagna elettorale. Sfruttare il contenzioso sul trasferimento di una base Usa nell’isola dio Okinawa per affrontare il pesante, umiliante, sensibilissimo problema delle servitù militari. Dopo mesi di “alta tensione” con Washington –   con un via vai di documenti che usavano linguaggio da guerra fredda, nei quali Hatoyama, la cui famiglia è in politica da almeno 3 secoli, veniva definito una sorta di pericoloso bolscevico – il governo giapponese ha dovuto chinare per l’ennesima volta la testa. E Hatoyama si è dimesso. Una umiliazione che gli ha fatto decidere, ad un anno di distanza, di abbandonare definitivamente la politica. Come Veltroni: che l’ha fatto per molto meno, senza rischiare una crisi diplomatica con gli Stati uniti.

Persa l’occasione di liberarsi, almeno un pochino, dall’abbraccio soffocante degli Stati Uniti, il Giappone si ritrova solo, isolato e, diciamolo francamente, poco amato nel “suo” continente. E senza nemmeno essere più indispensabile, anzi, spesso “spendibile”, dagli Stati Uniti, che oramai sono costretti a “trattare” direttamente con la Cina.

Molti osservatori, indigeni e stranieri, sostengono ora che l’arrivo (anzi, il ritorno, non dimentichiamo che è stato già premier per alcuni mesi nel 2007 subito dopo Junichiro Koizumi, facendolo immediatamente rimpiangere e dimittendosi  a seguito di una crisi isterica scoppiata dopo  un litigio con Ichiro Ozawa)  di Abe del buono e del cattivo. Da un lato, stabilità politica e ripresa economica. Abe, che di economia mastica ben poco, si è circondato di “esperti” neokeynesiani: sostenitori di una sorta di “tsunami” monetario: abbiamo già visto come lo yen abbia cominciato a “picchiare” in giù. Peccato però che come ministro dell’economia o delle finanze si parli di Taro Aso, altro ex premier di sicure credenziali neonazionaliste, ma noto più per le sue gaffes ed  il suo amore per manga e cartoni che per altre letture, più sagge letture. Infine,  un salutare rafforzamento dell’indissolubile “amicizia e cooperazione” con gli Stati Uniti. Un’ottima idea, per il Giappone, visto che gli Stati Uniti hanno intenzione di riposizionarsi in Asia, in funzione anticinese. Confermare la sua cieca fedeltà agli Stati Uniti aumenterà senz’altro l’immagine e la “popolarità” del Giappone tra i suoi “vicini” asiatici. C’è il rischio che alle prossime elezioni, se mai vi saranno,  per un seggio al Consiglio Permnente del Consiglio di sicurezza dell’Onu i voti a favore del Giappone, che nell’ultima tornata sono stati appena quattro (Birmania, Bengla Desh, Cambogia e Brunei, se non ricordo male) si riducano ulterioremente.

Il ritorno del nazionalista Shinzo Abe, noto per le sue “provocazioni” (durante la campgana elettorale, ora si è già chetato un po’) fa temere a molti anche l’acuirsi  della  tensione con la Cina, con la Corea del Nord e persino con la Corea del Sud, che con la vittoria della figlia “pentita” del dittatore Park Chung-hee intende rilanciare il dialogo con il Nord e premere sul Giappone affinchè riconosca, una volta per tutte, le sue responsabilità nella tragica vicenda delle cosiddette “donne da ristoro”.  Ma in entrambi i casi, ritengo sia una lettura molto, troppo superficiale. Abe non ha fatto a suo tempo, e non farà, la storia. Sul piano interno, in assenza di una fiducia dei cittadini (e dunque del business) la sua annunciata  politica di espansione monetaria e di aumento della spesa pubblica rischia di implodere. Keynes non si può applicare a metà. Se il “corpo” è malato, la mente può far poco. Ed il mondo del business giapponese – soprattutto se osservato con lenti cinesi – è malato, molto malato.

Allo stesso tempo, l’idea  che Abe – che ha già mandato in avanscoperta a Pechino, segretamente, un suo “inviato speciale”, presumibilmente per “rassicurare” le autorità cinesi – voglia davvero alzare il tiro con la Cina e provocare un conflitto è altamente improbabile. Abe non è un grande leader, un uomo di grandi visioni. Ma è sicuramente un uomo di destra, della “vera” destra giapponese, quella un po’ fanatica e revanchista, non quella,  decisamente meno pericolosa e sicuramente più cialtrona, ma amplificata dai media  dell’ex governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, oggi leader della “destra” parlamentare.

Una destra, quella che Abe rappresenta, che diciamolo con chiarezza, pensa ancora alla Grande Asia, alla “Grande Sfera di cooperazione”, più che al TPP (Transpacific Agreement) e al libero scambio.

Una destra che da sempre abbaia alla Cina ma sogna, in cuor suo, di mordere gli Usa. Chissà quanto ci metteranno ancora gli americani, a capirlo. I cinesi l’hanno già fatto da un pezzo. E infatti non si preoccupano più di tanto del Giappone – divenuto da anni il primo partner commerciale e integrando progressivamente le due economie ad un livello tale che sarebbe impensabile per entrambi ridurne l’obiettiva complementarietà – mentre sono molto attenti agli umori, e alle mosse, di Washington.