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Redazione - 12/10/2012

Afghanistan 1975, diario di una cosmopolita inconsapevole.

“Devo fare visita ai notabili delle Province per presentarmi” – disse mio padre – “partiremo per la Provincia di Bamiyan e poi andremo a Band-e-Amir, ai laghi.” Era il più bel viaggio che poteva venirgli in mente: avremmo visto i Buddha nella montagna e i laghi!  “Porteremo con noi il gommone” – disse – e mi tornarono in mente tutte le manovre che gli avevo visto fare in piscina, assieme alle rane e alle zanzare,  per controllare la presenza di eventuali perdite d’aria e il funzionamento del motore.  Eravamo eccitati, saremmo partiti di lì a tre giorni con due macchine e con noi sarebbe venuto Yousuf.

Bamiyan è a nord-ovest, a 230 chilometri circa da Kabul, approssimativamente la distanza tra Roma e Firenze,  ad un’altezza di circa 2550 metri sul livello del mare.  La valle dei Buddha.  Risalenti probabilmente al 3° e al 5° secolo d.C., una delle due statue era alta 38 metri e la più grande ne misurava 53, entrambe scavate nella roccia.

Partimmo all’alba, tipico di mio padre, Yousuf guidava la Lancia con i bagagli, il mangiare, l’ingombrante motore del gommone e tutta l’attrezzatura relativa, mio padre la Land Rover, accanto a lui sua moglie io e mio fratello seduti dietro sulle panche laterali.

La strada, lo capimmo subito, non era una strada ma un tratturo in terra battuta, piena di buche e ogni tanto un cartello stradale polveroso che ci indicava  la via.  Sballottolati di qua e di là nel retro della Land Rover, con la polvere che entrava da tutte le parti, viaggiammo per ore e finalmente ci fermammo  a mangiare lungo un ruscello. Tirammo fuori dalla macchina la tovaglia e  il pic-nic che il cuoco ci aveva cucinato.  Stesi sul telo e con i piedi a mollo nell’acqua gelida ci apprestammo a divorare le leccornie di Akczar,

Ovunque ci si fermasse, magicamente venivamo circondati dalla gente del luogo, uomini e bambini, non vedemmo mai una donna.  Yousuf spiegava chi fossimo e improvvisamente spuntava il Capo del Villaggio più vicino e  veniva servito  il te verde.

Viaggiavamo a tappe forzate perché prima di sera dovevamo arrivare a destinazione, all’albergo situato nella vasta valle ai piedi dei Buddha, di cui ormai non ricordo più il nome, formato da tanti piccoli bungalows con i tetti a cono bianchi.

Purtroppo incorremmo in un incidente.  Un autobus, uno di quei tipici autobus afghani tutto colorato e stipato di gente e di bagagli fino all’inverosimile, si era ribaltato in mezzo alla strada bloccando completamente il passaggio.  Si sentivano urla e lamenti, c’erano parecchi feriti adagiati per terra e una grande confusione.  Yousuf scese dalla macchina e andò a parlamentare.  Eravamo in viaggio da ore ed eravamo quindi saliti parecchio, il sole caldissimo ma l’aria tersa e fresca e il cielo così blu, sembrava di esserci dentro.

Dopo una lunga attesa, dal nulla comparve una ruspa.   Mi ha sempre affascinato dell’Afghanistan, la  magia, per cui di qualunque cosa si avesse bisogno, in  mezzo alla vastità del nulla,  improvvisamente era lì, voci trasportate dal vento ad avvisare la gente dei villaggi vicini che era successo qualcosa, che era arrivato qualcuno, che c’era in qualche modo bisogno di loro.  L’arrivo della ruspa fu anticipata da frotte di ragazzini scalzi urlanti mocciolosi e sorridenti che  venivano da noi curiosi a guardare gli stranieri, probabilmente i primi mai visti durante la loro ancora breve vita.

Quello che Yousuf aveva raccontato doveva averli convinti che bisognava procedere con celerità.  La ruspa fu messa subito al lavoro e fu tracciata una deviazione della strada intorno all’autobus capovolto affinchè potessimo passare e proseguire il viaggio, mentre i feriti venivano fatti alzare e condotti chissà dove.  Quella bretellina fu ironicamente da noi chiamata “la strada dell’ambasciatore”, e dopo innumerevoli saluti e ringraziamenti ripartimmo, continuando per un bel po’ a fare scherzi e a prendere in giro mio padre che dal canto suo si sentiva molto orgoglioso.

Salimmo ancora. La strada si attorcigliava intorno a montagne e dirupi.  Sbucando su una valle, in mezzo alla polvere, udimmo provenire le grida del gioco, c’era in corso un buzkashi.    I tornei in realtà si svolgono il primo giorno di primavera, l’inizio del nuovo anno,  ma quello probabilmente era nato spontaneamente. Il buzkashi è uno sport equestre che si gioca in tutta l’Asia centrale ed è lo sport nazionale dell’Afghanistan.  Il nome significa letteralmente “acchiappa la capra” ed è praticato da due squadre di cavalieri detti chapandoz in un’area circolare  grande quanto un campo di calcio segnata sul terreno. Lo scopo del gioco – di una violenza inaudita -  è quello di impadronirsi della carcassa della capra e portarla a destinazione oltre una demarcazione pre-definita. L’origine di questo gioco sembra risalire ai tempi della prima invasione dei Mongoli di Gengis Khan:  si racconta che al posto della carcassa della capra allora venissero usati i corpi dei prigionieri uccisi in battaglia.  Era la prima volta che assistevo a quel gioco. Senza alcuna regola scritta, ad una velocità pazzesca, tra le urla forsennate dei cavalieri, ci si picchia, ci si frusta, si cerca di disarcionare gli altri cavalieri e impossessarsi della preda a qualunque costo. Scorre il sangue e spesso ci si ferisce malamente o si muore. I cavalieri disarcionati finiscono sotto gli zoccoli degli altri cavalli e vengono massacrati. Eravamo inorriditi e affascinati allo stesso tempo!  Cavalli stupendi coperti di schiuma e sangue, montati da bellissimi chapandoz, perfetti ed elegantissimi con i turbanti bianchi, l’aria invasata e la lunga frusta tenuta tra i denti.  Eravamo gli unici stranieri presenti ma gli altri spettatori, presi dalla foga del gioco e dalle scommesse, con i soldi che rapidamente passavano di mano in mano, non ci dedicarono granchè attenzione.

Successivamente  il gioco del buskashi  verrà  proibito dalle autorità talebane, considerato non consono ai dettami dell’Islam ma non dubito che nelle piane deserte più recondite ancora si pratichi.  Le tradizioni – soprattutto in Afghanistan – sono dure a morire.

Al tramonto arrivammo, senza altri incidenti, nel posto più affascinante che avessi mai visto.  Rimanemmo a bocca aperta davanti alla grandiosità dei due Buddha.  I corpi principali delle statue  furono sbozzati direttamente nella montagna, mentre i dettagli furono modellati con fango misto a paglia e poi ricoperti di stucco.  Questa copertura naturalmente non più visibile o solo in minima parte, andata quasi completamente distrutta già da tempo a causa degli agenti atmosferici, originariamente era dipinta per enfatizzare le espressioni del viso, le mani e le pieghe delle vesti.  Anche le parti inferiori delle braccia furono costruite con la medesima tecnica e supportate da armature di legno.  Si pensa inoltre che la parte superiore dei volti fossero costituite da grandi maschere in legno. Erano meravigliosi, circondati da un’atmosfera magica, ti facevano sentire piccolo e mortale.

L’albergo di bungalow aveva una struttura centrale adibita a sala da pranzo.  Come sempre cenammo: naan, pane azimo non lievitato cotto nel forno, kabab di montone e verdure.  Dopo cena, con la temperatura che era scesa di parecchi gradi, con mio fratello passammo del tempo sdraiati per terra a contemplare il cielo e a cercare di individuare le costellazioni, mentre mio padre assaporava il suo meritato whiskey e soda che naturalmente si era portato dietro da casa.  Si vedevano milioni di stelle, la via lattea era luminosissima, un cielo sfolgorante che mai più mi riuscirà di vedere, se non lì, in quel Paese magico. L’interno dei bungalow di paglia con i tetti bianchi era spartano.  Nonostante lo sfinimento del viaggio quella notte dormii poco a causa della  presenza di insetti di ogni genere nel letto, per terra, nel bagno.

Il giorno dopo ci svegliammo presto, facemmo colazione e intraprendemmo la scalata su per lo stretto passaggio a gradoni scavato nella montagna che ci avrebbe portato sulla testa del Buddha più alto per ammirare la valle.  Il passaggio era talmente stretto che spesso bisognava procedere lateralmente, era decisamente claustrofobico ma continuammo a salire.  Non so bene come descrivere quello che vedemmo! Una luce accecante e la vista meravigliosa sulla vasta valle e sulle alte montagne innevate che le facevano da corona. Sostammo a lungo su quella sommità in un silenzio reverenziale.  Ci sentivamo infinitamente piccoli davanti a quello spettacolo entusiasmante che la natura ci offriva. La discesa, spesso costretti a camminare a ritroso, fu ancora più ardua della salita ma tornammo giù sani e salvi.

Il giorno dopo partimmo per Band-e-Amir. Una gita di un giorno, saremmo tornati a dormire a Bamiyan.

A 75 chilometri a ovest di Bamiyan e a 3000 metri di altitudine ecco Band-e-Amir.  Uno spettacolo mozzafiato dei sei laghi, color del cobalto, incastonati nel surreale paesaggio lunare delle vette rossastre dell’Indu Kush, alimentati da sorgenti sotterranee  formatisi grazie ad un delicatissimo ecosistema. Dai due laghi più grandi, l’acqua, ricchissima di minerali, tracima scivolando da un lago a quello sottostante: i depositi minerali lasciati dallo scorrere dell’acqua sopra gli argini nel corso dei millenni li ha fatti diventare più alti, rendendo le sponde bianche e molto scivolose. Band-e-Haibat, il più grande e la cui profondità,  successivamente stimata di 150 metri, all’epoca era sconosciuta.  Nel passato i laghi attiravano i pellegrini da tutto il Paese dato che le acque erano considerate miracolose e dispensatrici di fertilità per le donne che vi si immergevano.

La zona, che successivamente diventerà una meta turistica, era deserta.  Pochi abitanti e piccole basse costruzioni in mattoni e paglia abitate dai locali.  Il nostro arrivo fece scalpore e più di noi umani, fece scalpore tutta l’attrezzatura che mio padre si era portato dietro da casa per gonfiare il piccolo gommone che avrebbe poi messo in acqua.

Il cielo terso e di un blu indescrivibile, dovuto all’altitudine, sembrava fare a gara con il colore blu cobalto delle acque incontaminate spezzato dal bianco intenso della riva.

Dopo parecchie ore di lavoro e di gonfiaggio, al quale tutti fummo costretti a dedicarci a turno da mio padre, il gommone fu pronto per essere finalmente messo in acqua. Un  solo abitante di quel piccolo villaggio ebbe il coraggio di venire con noi, terrorizzati – a detta di Yousuf – dal mostro che secondo loro abitava i fondali profondissimi del lago.  Secondo noi, più semplicemente,  terrorizzati dall’imbarcazione di gomma che probabilmente non avevano mai visto prima.

Divenuto successivamente parco nazionale e chiesto all’Unesco di dichiarare  Band-e-Amir patrimonio dell’umanità per poter salvaguardare l’ambiente, quello che stavamo facendo sarebbe stato considerato un sacrilegio.  In realtà il motore del gommone era poco potente e il giro che facemmo a basso regime durò poco più di mezz’ora.

L’acqua era gelida ma feci il bagno cadendo e scivolando sulla riva resa viscida dai minerali.  Immersa nell’acqua bassa della riva scoscesa, circondata dalle montagne alte e brulle simili a  un paesaggio lunare e nel silenzio totale, conservo ancora dentro di me quella sensazione di completezza e simbiosi, di sospensione temporale con quella natura incontaminata e perfetta che trovo così difficile da descrivere e che non mi succederà mai più di sentire, in nessun altro posto del mondo che ho continuato a girare in lungo e in largo, in nessun mare del sud o posto sperduto del sud-est asiatico visto. Mai più.

Pranzammo con il cibo che ci eravamo portati e con quello che ci venne offerto dagli abitanti del villaggio.

Il pomeriggio impacchettammo tutto e a malincuore ripartimmo, lasciandoci alle spalle il paradiso.  In macchina eravamo tutti silenziosi, immersi ognuno nei propri pensieri: c’era così tanto ma anche così poco da dire, ognuno di noi voleva salvaguardare dentro di sé l’esperienza vissuta il più a lungo possibile.

Ritornando sui nostri passi ad un certo punto vedemmo svolazzare solitario nel cielo un aquilone, apparso come un bagliore di colore in contrasto con il panorama marrone privo di vegetazione.  Era un richiamo, lo sapevo, una sfida a combattere.  Di lì a poco il numero degli aquiloni sarebbe aumentato e sarebbe cominciata la guerra.

Seguendo la pista ci avvicinammo alla piana dove il bambino aveva lanciato la sfida.  Cominciarono ad arrivarne altri, tutti scalzi, qualche adulto, tutti maschi, escluse dal gioco le donne e le bambine.

Lo scopo della guerra è tranciare il filo dell’aquilone altrui con il proprio, facendolo precipitare al suolo.  Il filo degli aquiloni afghani infatti, il tar, è ricoperto da uno strato di colla e vetro finemente sminuzzato che viene successivamente steso ad asciugare e che lo rende tagliente come una lama e che viene  quindi avvolto su un rocchetto.  I bambini troppo poveri per permettersi di possederne uno si precipitano a raccogliere quelli sconfitti caduti al suolo. Sono i “cacciatori di aquiloni”.

Il  gran giorno per le battaglie degli aquiloni è il venerdì.  Francamente non ricordo che giorno della settimana fosse ma probabilmente in quella piana deserta, spazzata dal vento e la polvere,  popolata solo da una manciata di villaggi, ogni occasione era buona per il divertimento e chiunque poteva decidere quando lanciare la sfida.

Nella cultura afghana, tutto ruota intorno ai combattimenti.  Assistemmo ad uno spettacolo incredibile, facendo il tifo per quello o quell’altro aquilone, scegliendolo per i colori sgargianti o per i disegni più originali.  Gli aquiloni il cui filo veniva tranciato dagli avversari cadevano giù a picco a gran velocità e si vedevano i “cacciatori di aquiloni” fare a gara per andarli a prendere,  anche se cadevano lontanissimi, sospinti dal vento.  Il gioco continua fino a che in cielo non rimane un solo aquilone, il vincitore.  Anche nei combattimenti di aquiloni non ci sono regole: lancia il tuo aquilone, trancia il filo degli avversari e buona fortuna.  Gli afghani sono sempre stato un popolo indipendente, attaccati alle loro tradizioni ma non amanti delle regole.

Ripartimmo, e  lasciammo i bambini a continuare la guerra. Mi è successo ancora di vedere le battaglie di aquiloni, nelle spianate fuori Kabul ma anche in città dove il “cacciatore di aquiloni” deve essere molto bravo a recuperare un aquilone che viene sospinto dal vento sopra i tetti delle case e attraverso i vicoli stretti e a cercare di indovinare, a seconda della direzione del vento,  da quale parte dovrà dirigersi e seguirlo. Uno spettacolo che non mi stancavo mai di guardare.

Rientrammo a Bamyan al tramonto.  Una luce meravigliosa sotto cui splendevano i Buddha millenari che a torto credevo immortali. Ritenute idolatre e contrarie ai principi dell’Islam, i Talebani cominceranno nel marzo del 2001 le operazioni di distruzione, a colpi di cannonate e dinamite che proseguiranno per diverse settimane, radendole completamente al suolo e  lasciando desolatamente vuote le grandi nicchie scavate nella montagna. Quando ho  visto le immagini delle esplosioni alla televisione ricordo di aver pianto. Da un lato mi sentivo una privilegiata per aver visto e scalato quelle meraviglie, dall’altra ero affranta che tanta bellezza venisse annichilita e annientata fondamentalmente dall’ignoranza e dal fondamentalismo idiota.

Flaminia Brigante Colonna