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Redazione - 28/04/2014

A proposito della riconciliazione palestinese

Nel 2011, al Cairo, il precedente: gli emissari di Hamas e Fatah siglano un’intesa in vista della riconciliazione nazionale. Nel 2014, a Gaza, gli esponenti di Hamas e Fatah firmano l’intesa in vista della  riconciliazione nazionale. Nel 2017, in località ignota, i rappresentanti di Hamas e Fatah firmano l’intesa in vista della riconciliazione nazionale. Quante volte occorre intendersi per la riconciliazione  e riconciliarsi davvero? La cronaca dei rapporti fra Palestinesi incoraggia il dubbio sulla recente intesa di Gaza. Una novità interviene nell’aprile 2014, già quasi estivo sulla sponda sud del Mediterraneo.  Barghouti e Haniyeh siglano una paginetta di linee guida, che riguardano i punti essenziali in vista di un accordo. Non dunque un vero e proprio accordo, ma una traccia di accordo da riempire a misura del procedere della sua applicazione. Il meccanismo è complicato e rimanda a un modello illustre. Ricorda Shimon Peres che a Oslo, negli anni novanta, successe all’incirca la stessa cosa. Fra Israeliani e Palestinesi si concordò solo quello su cui era possibile all’epoca trovare un accordo. Tutto il resto fu rinviato a ulteriori trattative.

Nel caso di Gaza oggi, l’intesa prevede: una formale dichiarazione di riconciliazione; uno schema per procedere a elezioni generali. I punti controversi e potenzialmente divisivi – ad esempio l’uso e la messa in comune degli apparati di sicurezza, il sistema istituzionale – sono messi da parte. Da parte resta anche la questione cruciale del rapporto con Israele. Procedere con le trattative di pace sotto l’egida americana? Contemplare l’opzione militare? Su questo punto la prima reazione di Abu Mazen è tesa a rassicurare gli Stati Uniti. La riconciliazione nazionale è un affare interno palestinese, non pregiudica i negoziati di pace, Hamas finirà per seguire l’approccio possibilista di Fatah e dello stesso Abu Mazen. La mossa è avveduta e serve a blandire il mediatore americano, la cui prima reazione all’intesa, pur giudicata debole da Israele, è ispirata a preoccupazione. La preoccupazione nasce dal fatto che l’intesa rimette in circuito Hamas, un’organizzazione che la comunità internazionale classifica come terroristica, protesa alla distruzione piuttosto che al riconoscimento d’Israele.

La domanda che si pongono i commentatori israeliani più avveduti è: davvero la riconciliazione palestinese mina il processo di pace? O vale il contrario? E prendono in parola le precedenti dichiarazioni del Primo Ministro d’Israele: un accordo di pace non è possibile finché il fronte palestinese resta diviso e la leadership di Abu Mazen è fatalmente dimezzata. Ora  Netanyahu sostiene il contrario:  la riconciliazione palestinese ostacola il processo di pace,  Abu Mazen preferisce Hamas alla pace. Per questo motivo, alla fine del gabinetto di sicurezza, Netanyahu annuncia che le trattative di pace sono sospese.

Quali trattative? Non erano di fatto già sospese a causa della corsa agli insediamenti, che continua malgrado i moniti americani? E poi: proprio Israele aveva avuto contatti con Hamas per concludere il cessate il fuoco a Gaza e per liberare Shalit. Dunque, sia pure a malincuore, il riconoscimento di Hamas quale interlocutore vi era stato. Hamas può essere interlocutore d’Israele e non di Fatah?

L’intesa di Gaza prevede elezioni generali entro sei mesi. Il Primo Ministro dell’Autorità Palestinese offre le dimissioni per aprire la via al governo di unità nazionale composto da personalità indipendenti. In prospettiva Abu Mazen si candiderà alle presidenziali unitarie dopo che manca dall’appuntamento elettorale dal 2006. Si avvia un processo istituzionale di stampo democratico, in capo al quale è la speranza di un’autentica riconciliazione per ricominciare assieme le trattative di pace.

Una cortina di fumo si alza dal Medio Oriente. La cortina offusca i fatti per confondere le idee. In realtà si gioca l’ennesima partita con un  numero imprecisato di giocatori. Alcuni dei quali stanno fuori area. I paesi del Golfo che aiutano le fazioni palestinesi – l’Arabia Saudita quelle della Cisgiordania, il Qatar quelle di Gaza – e insieme puntano a contenere l’influenza dell’Iran, che gioca le sue carte pure in Libano tramite Hezbollah e in Siria col sostegno a Assad. L’Egitto del ritorno dei generali. Ovviamente gli Stati Uniti il cui Segretario di Stato affronta questa come la partita della vita o quanto meno della carriera. E la Russia e la Cina.

Il giocatore esterno distratto è l’Unione europea. In questa fase di stasi istituzionale – le elezioni di maggio e il rinnovo della Commissione in ottobre – la sua voce già flebile diviene inudibile. Certo, c’è la crisi ucraina alle porte. Ma si può dimenticare il Medio Oriente avendo dichiarato (Consiglio europeo) che il Mediterraneo è la frontiera meridionale dell’Unione? Anche gli stati membri della sponda sud sono impegnati altrimenti. Certo, fronteggiano le conseguenze della crisi finanziaria. Ma la politica estera europea è la politica estera nazionale e tutt’e due influenzano la politica interna. Il passaggio dall’esterno all’interno è concettualmente difficile in Italia. Dove pure giustamente si dibatte della rimodulazione dell’operazione Mare Nostrum. Basta rimodularla o il nodo sta altrove, nella situazione complessiva del bacino mediterraneo?

Nel frattempo, a metà fra pettegolezzo e gioco politico, la stampa israeliana s’interroga sulla “appartenenza” del futuro nipote di Bill e Hillary  Clinton. La figlia Chelsea sta per generare un bimbo dal marito ebreo. Sarà ebreo il nipotino di quella che potrebbe divenire la prima Presidente degli Stati Uniti d’America?